scritto da Gennaro Pierri - 19 Ottobre 2026 08:00

La missionaria parlava… fuori il mondo passava!

Per chi non crede, resta una domanda radicale: possiamo dirci umani se la sofferenza degli altri non modifica mai il nostro modo di stare al mondo?

Ieri Giornata Missionaria Mondiale: la chiesa era aperta. Dentro, una missionaria raccontava il mondo che aveva attraversato: volti, povertà, ferite, speranze raccolte in luoghi nei quali vivere, qualche volta, è già una forma di resistenza.

Le sue parole portavano addosso la polvere delle strade percorse e il peso di incontri che non si dimenticano. Fuori, intanto, la vita continuava. Le auto passavano, qualcuno aveva fretta, qualcuno parlava al telefono, altri pensavano alla spesa, agli impegni del giorno dopo. Tutto normale. Tutto comprensibile.

Eppure, proprio quella normalità, a un certo punto, diventava una domanda. Come può una testimonianza così grande abitare lo stesso spazio della nostra indifferenza senza riuscire a scalfirla? Non c’è bisogno di accusare nessuno. Forse qualcuno non sapeva nemmeno che fosse la Giornata Missionaria Mondiale.

Forse altri non sapevano che cosa fosse, esattamente, la missione. Una parola che a molti ricorda sacerdoti partiti per terre lontane, fotografie di bambini, raccolte di offerte. Una cosa da chiesa, insomma. Importante per chi ci crede, marginale per tutti gli altri. Ma se fosse proprio questo il problema? Se avessimo lasciato che la missione diventasse una storia che riguarda sempre qualcun altro, in un altrove che non ci disturba? La missionaria era lì a raccontare vite reali. E quelle vite, in qualche modo, chiedevano di entrare anche nelle nostre. Non per suscitare una commozione passeggera, non per farci sentire buoni dopo un’offerta, ma per ricordarci che il mondo non finisce al confine delle nostre preoccupazioni. Che la sofferenza di uno sconosciuto non è meno vera perché non ne conosciamo il nome. Che la dignità di una persona non aumenta o diminuisce con la distanza che ci separa da lei.

C’è una forma di indifferenza che non nasce dalla cattiveria. È più sottile. Consiste nel continuare a vivere come se ciò che non ci riguarda direttamente non ci riguardasse affatto. Possiamo sapere tutto e non sentirci coinvolti in niente. Le guerre entrano nei nostri telefoni, la fame attraversa i notiziari, le migrazioni diventano dibattiti. Poi spegniamo lo schermo e torniamo alle nostre cose. Non perché siamo mostri, ma perché abbiamo imparato a tenere il dolore a una distanza che non comprometta le nostre abitudini. La missione, invece, è un’interruzione.

Per i cristiani, è l’annuncio di un Dio che non rimane lontano dalla storia degli uomini, ma vi entra, si fa prossimo, assume il volto di chi è fragile. Per chi non crede, resta una domanda radicale: possiamo dirci umani se la sofferenza degli altri non modifica mai il nostro modo di stare al mondo? Forse quella chiesa aperta non chiedeva a tutti di entrare. Chiedeva qualcosa di più difficile: che chi entrava non uscisse esattamente come prima. E che chi restava fuori, almeno per un momento, si domandasse che cosa stesse accadendo là dentro.

La missionaria parlava. Il mondo passava. Non sò quanti l’abbiano ascoltata, né quante vite siano state raggiunte da quelle parole. Ma so che la missione non fallisce soltanto quando nessuno parte. Può fallire anche quando qualcuno ha qualcosa di essenziale da raccontare e noi non troviamo più il tempo per ascoltare.

 

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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