La leggenda del Granatiere Santo

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Storia di un Militare che è passato dal Servizio della Patria al Servizio del Signore.

È una storia poco nota che merita di essere raccontata perché sconfina nella leggenda, parafrasando un titolo famoso, “La leggenda del santo generale”.

Era un gigante, aveva raggiunto le vette dell’Esercito, aveva ricevuto numerosi riconoscimenti, ma nel cuore era rimasto un umile servitore degli altri.

E quando non poté servire più il suo paese come militare, decise di servire gli uomini come sacerdote.

Meriterebbe di diventare un film o una fiction della Rai.

Qualcuno ha chiamato “leggenda” la storia di Gianfranco Maria Chiti, ma non lo è affatto perché questo personaggio è veramente esistito e dopo una lunga carriera militare, prima nel Regio Esercito Italiano, nel quale aveva raggiunto il grado di Generale, poi nell’Esercito della Repubblica di Salò, poi nell’Esercito della Repubblica.

Anche per la sua statura era stato assegnato al Corpo dei Granatieri, e durante tutte le operazioni belliche, si era particolarmente distinto, tant’è che aveva fatto una rapida carriera, fino al grado di Generale di Brigata, sia durante la Seconda guerra mondiale, in Italia e all’estero, sia dopo (dal 1941 al 1978).

Nel dopoguerra aveva ricoperto vari incarichi nell’Esercito Italiano tra cui quello di comandante della Scuola sottufficiali dell’Esercito Italiano di Viterbo.

Aveva ricevuto numerose benemerenze: due Croci al merito di guerra, Croce per anzianità di servizio, Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana, Commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana, Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.

Andato in pensione nel 1978, si mise al servizio di Dio prendendo gli Ordini monastici come Frate Cappuccino, e anche come sacerdote si distinse come promotore concreto di opere di bene e ricostruzione di Monasteri.

Gianfranco Maria Chiti era nato a Gignese (Provincia del Verbano-Cusio-Ossola) il 6 maggio 1921.

Nell’ottobre 1936 entrò nel Collegio Militare di Roma, poi frequentò l’Accademia Militare di Modena, e nel 1941, col grado di sottotenente, entrò in servizio col grado di Sottotenente nei Granatieri di Sardegna.

Da gennaio 1942 combatté sul fronte iugoslavo con operazioni d contrasto alla Resistenza, poi partecipò alla Campagna di Russia e, col grado di Tenente, come Comandante di Compagnia prese parte alla battaglia di Karkov per la conquista del bacino industriale del Donez (obiettivo strategico anche ai fini bellici).

Successivamente, quando l’esercito Russo scatenò una offensiva che minacciò le truppe italo-tedesche, al comando di una batteria di cannoni, contrastò con tanta efficacia le truppe russe da guadagnarsi la medaglia di bronzo al valor militare e La Wehrmat lo decorò con la Croce di ferro.

Durante la successiva ritirata si prodigò in favore delle truppe che si ritiravano e riportò un principio di congelamento: i superstiti testimoniarono che salvò la vita a non pochi dei suoi duecento soldati; alcuni se li caricò sulle spalle per evitare che morissero assiderati.

In ogni soldato che stava morendo, disse, vedeva l’immagine e la sofferenza di Cristo, il Redentore. Prestò soccorso ai suoi soldati e anche alle popolazioni, li rifocillava, aveva sempre qualcosa per ristorarli. In Russia portò sempre con sé, nel suo zaino, una statua della Madonna.

Salvò la vita a una ventina di prigionieri russi che i tedeschi gli avevano dato in consegna; c’erano donne, vecchi e bambini e lui li fece fuggire.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 aderì alla Repubblica Sociale Italiana, operando contro le formazioni partigiane, ma impedì che si compiessero atrocità, tant’è che, dopo la guerra, fu sottoposto ad un processo per la epurazione dall’Esercito, dal quale, grazie alle testimonianze degli stessi Partigiani, uscì assolto.

Nel dopoguerra, in attesa di reimpiego, dal 1945 al 1948 insegnò matematica presso il Liceo Ginnasio di Campi Salentina (Lecce), e nel 1948 rientrò nel Corpo dei Granatieri di Sardegna con il grado di Capitano.

Dal 1949 al 1954 comandò le Forze Armate della Somalia, dal 1954 diresse il Corso Allievi Ufficiali Somali presso la Scuola di Fanteria di Cesano.

Dall’ottobre 1962 al 1967, con il grado di tenente colonnello, ricopre il prestigioso incarico di aiutante in 1.ma del 1º Reggimento Granatieri di Sardegna con stanza a Roma, e nel 1967 venne nominato comandante del 4º Battaglione Meccanizzato e Corazzato del 1º Reggimento “Granatieri di Sardegna” di stanza a Civitavecchia.

Dal 1969 al maggio 1970 fu vicecomandante della Scuola sottufficiali dell’Esercito Italiano di Viterbo, quindi promosso colonnello, dal giugno 1970 al settembre 1973 fu capo della Segreteria dello Stato maggiore del Comando della Regione Militare Centrale a Roma.

Dal 1973 al 1978 fu comandante della Scuola Allievi Sottufficiali dell’Esercito in Viterbo. Il 7 maggio 1978 cessò il servizio permanente nell’Esercito e venne collocato “in ausiliaria” per raggiunti limiti di età, e il 9 maggio 1979 fu promosso al grado di generale di brigata.

Gianfranco Maria Chiti non era, però, un tipo da stare fermo, e come aveva servito la Patria nell’Esercito, decise di proseguire il suo servizio mettendosi alle dipendenze di Dio, e nel 1982 venne ordinato sacerdote con il nome di Padre Gianfranco Maria da Gignese.

Non ripudiò la sua vita precedente da militare, anzi la difese con fierezza; sotto la tonaca portava ancora la tuta mimetica. Per lui, spiegò, si era trattato in entrambi i casi di servizio: dedizione alla patria, agli uomini e poi a Dio. E ritenne che il suo compito principale fosse quello di educare e di testimoniare.

Da frate continuò a dispensare aiuti anche economici ai suoi soldati e ai bisognosi. Poi scelse di fare l’eremita. E da solo, avvalendosi dell’aiuto dei suoi ex-soldati, riuscì a restaurare il convento di Orvieto e sottrarlo a prostitute e spacciatori che ne avevano fatto la loro sede.

Una volta due lenoni andarono a minacciarlo; lui dette a uno di loro un fiore e disse di portarlo a sua madre che aveva avuto la disgrazia di un figlio così. In seguito, i due malviventi furono da lui inseriti in un percorso di recupero. Lo raccontava Rocco Buttiglione, che era stato suo ufficiale. Nel convento, Padre Chiti aveva fatto issare un pennone per fare ogni giorno l’alzabandiera.

Nel 1990 prese a ricostruire l’antico convento di San Crispino da Viterbo a Orvieto, che si trovava in stato di abbandono da molti anni, trasformandolo in un luogo di culto e di preghiera.

Si spense Roma, presso l’Ospedale militare del Celio, il 20 novembre 2004, a 83 anni.

La salma, tumulata a Pesaro, fu vestita con gli abiti militari sotto il saio.

La città di Orvieto gli ha intitolato un giardino antistante la locale Caserma “Piave” e una targa.

Si chiudeva, così, la intensa vita terreno di questo personaggio, ma nel maggio 2015 è stata aperta la causa di beatificazione. Il 30 marzo 2019, nel Duomo di Orvieto, è stata officiata una cerimonia solenne per la Chiusura del Processo Diocesano della Causa di Beatificazione e Canonizzazione del Servo di Dio, Fra Gianfranco Maria Chiti da Gignese.

La Chiesa di Roma lo ha definito un omone dalle mani grandi e dal cuore ancora più grande.

Faceva impressione con quel fisico da gigante vestito da padre cappuccino, con la barba come quella di Padre Pio e i grandi occhiali; maneggiava le ostie consacrate con quelle manone che avevano afferrato e lanciato bombe.

Questa è la intensa vita di un soldato, un generale, che poi si fece frate.

Uomini così ti fanno tornare la voglia di essere italiano. Chiti fu anacronistico, eroicamente, santamente anacronistico.

Questa è la storia straordinaria di un granatiere che si face frate e che faranno santo.

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