Il dolore ha un corridoio di uscita
Nel corridoio di una scuola cavese una domanda inattesa apre il tema del lutto vissuto dagli adolescenti. Un racconto che ricorda agli adulti il valore della presenza, più che delle risposte
Qualche giorno fa, nel corridoio del De Filippis (una delle due scuole dove insegno), un’alunna mi ha fermato. Non aveva bisogno di un voto, di una spiegazione, di una giustificazione. Aveva bisogno di una risposta. «Prof… il dolore è sempre là. Come posso fare? Voi come fate?» Sono rimasto zitto. Perché quella seconda domanda mi ha fatto più male della prima.
Voi come fate? Noi adulti facciamo una cosa curiosa: davanti al dolore dei ragazzi assumiamo subito l’aria di quelli che sanno. Diciamo “col tempo passerà”, “devi essere forte”, “la vita continua”. Frasi spesso dette con affetto. Ma dette troppo presto diventano una piccola forma di solitudine. La verità è che nessuno sa davvero come si fa quando muore una madre. E forse bisogna avere il coraggio di dirlo.
Il dolore non è una materia scolastica. Non ha un programma, non ha una verifica finale, non consegna un diploma. E soprattutto non segue il nostro calendario. Può essere assente per tre ore e tornare mentre stai mangiando una pizza con gli amici. Può aspettarti dietro una canzone, dentro un profumo, davanti a una porta. Anche nel nostro tempo il dolore, ormai, rischia di diventare un problema da risolvere. Ma il lutto non è un guasto.
E qui c’è qualcosa che dovremmo insegnare meglio ai nostri ragazzi: non tutto ciò che resta deve essere tolto.
Ci sono assenze che non si curano. Si imparano ad abitare. Una madre morta non deve diventare una parentesi chiusa per poter tornare a vivere. Può continuare a essere una presenza diversa: in una frase che ripeti senza accorgertene, in una ricetta, in un modo di ridere, persino in quel gesto che fai e improvvisamente ti fa pensare: questo l’ho preso da lei. Forse crescere non significa lasciare indietro chi abbiamo perduto. Significa portarlo con noi senza permettere al dolore di scegliere al posto nostro tutta la vita.
La scorsa settimana nel corridoio, alla mia alunna avrei voluto dire molte cose. Alla fine ne ho detta una soltanto: «Non lo so. Però non devi farlo da sola». Forse è questa la risposta che gli adulti dovrebbero imparare a dare più spesso. Non “so come si fa”. Ma: “non so come si fa. Però resto qui”. E mi chiedo: quante volte, nella vita, abbiamo davvero bisogno di qualcuno che ci insegni a stare meglio… e quante, invece, di qualcuno che abbia semplicemente il coraggio di non scappare?







