scritto da Gennaro Pierri - 09 Giugno 2026 10:03

Il desiderio più segreto non è essere amati. È essere visti

«È bello dire: ti ho visto. Ma è più bello avere la percezione di essere visti». Quando ho letto questa frase, invitami da una mia alunna (per la cronaca: i miei alunni sono lupi mannari e hanno vite notturne che non immaginate e mandano messaggi alle ore più impensate!), ho avuto la sensazione che avesse messo il dito su qualcosa che gli adulti passano la vita a girare intorno senza riuscire a nominarlo.

Perché forse ci siamo sbagliati sul bisogno più profondo dell’essere umano. Pensiamo che sia essere amati. Pensiamo che sia avere successo. Pensiamo che sia sentirsi accettati. E invece, a guardar bene, tutte queste cose vengono dopo.

Prima c’è un’altra fame. Essere visti. Non osservati. Non controllati. Non fotografati. Visti.La differenza è abissale. Perché vedere qualcuno non significa registrare la sua presenza. Significa riconoscere la sua esistenza.

È questo il punto che spesso ci sfugge. Noi non soffriamo principalmente perché siamo soli. Soffriamo perché siamo invisibili. La solitudine, molte volte, è soltanto il sintomo. La vera ferita nasce quando abbiamo la sensazione che nessuno si accorga di ciò che siamo, ma soltanto di ciò che produciamo.

A scuola conta il rendimento. Nel lavoro conta la performance. Sui social conta l’esposizione. Ovunque conta quello che mostriamo. Quasi da nessuna parte conta quello che siamo. E allora accade qualcosa di curioso.  Più cresce la possibilità di essere guardati, più aumenta il rischio di sentirsi invisibili. È il grande paradosso del nostro tempo.

Non viviamo in una società che non ci vede. Viviamo in una società che ci guarda troppo e ci vede troppo poco. Guardare è facile. Vedere richiede fatica. Bisogna rallentare. Bisogna rinunciare ai giudizi rapidi. Bisogna accettare che ogni persona sia più complessa dell’etichetta che le abbiamo assegnato.

Forse per questo le persone che ricordiamo per tutta la vita non sono quelle che ci hanno dato più consigli. Sono quelle che, almeno una volta, ci hanno fatto sentire compresi. Quelle davanti alle quali non abbiamo dovuto spiegare tutto. Quelle che hanno intuito la domanda nascosta dietro le parole. In fondo, ciascuno di noi attraversa il mondo portando un desiderio quasi infantile e quasi sacro: che qualcuno si accorga che siamo qui. Non per quello che facciamo. Non per quello che possediamo. Non per l’immagine che riusciamo a costruire. Ma per quello che siamo quando smettiamo di recitare.

E forse la vera emergenza educativa, sociale e persino politica dei prossimi anni non sarà insegnare alle persone a parlare. Sarà insegnare loro a vedere. Perché un essere umano cambia quando viene amato. Ma spesso rinasce un attimo prima: quando finalmente si sente visto.

 

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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