scritto da Gennaro Pierri - 31 Maggio 2026 08:16

Finisce il mese mariano, ma resta una domanda che riguarda credenti e non credenti: cosa accade a una comunità quando smarrisce le radici che l’hanno costruita

Maria, nel cristianesimo, non è l'eroina che conquista il mondo. È la donna che accetta di custodire. Non domina. Non impone. Non occupa il centro della scena. Eppure senza di lei la storia che i cristiani raccontano non esisterebbe

Maggio finisce. E con lui finiscono i rosari, i fiori davanti alle immagini della Madonna. Ma forse la domanda più interessante non riguarda Maria. Riguarda noi. Perché esiste una stranezza tutta cavese che raramente notiamo.

Viviamo in una città che parla continuamente di Maria anche quando non la nomina. La Madonna dell’Olmo è la patrona di Cava. Le sue immagini abitano il centro storico e le frazioni. Decine di chiese, cappelle ed edicole votive raccontano una presenza che attraversa i secoli. Eppure il punto non è religioso. O almeno non soltanto. Il punto è culturale. Provate a immaginare un turista che arriva qui per la prima volta. Guardando la città capirebbe subito una cosa: chi ha costruito Cava ha lasciato nelle pietre una convinzione precisa. Nessuno si salva da solo. È questo il messaggio che attraversa la devozione mariana molto più delle statue e delle celebrazioni.

Maria, nel cristianesimo, non è l’eroina che conquista il mondo. È la donna che accetta di custodire. Non domina. Non impone. Non occupa il centro della scena. Eppure senza di lei la storia che i cristiani raccontano non esisterebbe. Detto con un linguaggio contemporaneo: Maria rappresenta tutto ciò che oggi consideriamo secondario e che invece regge il mondo. La cura. L’ascolto. La fedeltà. La capacità di restare. Non è forse questa la crisi più grande del nostro tempo? Viviamo nell’epoca delle prestazioni, dell’esibizione permanente, della visibilità a tutti i costi. Tutti vogliono apparire. Pochi vogliono custodire.

Tutti vogliono essere protagonisti. Nessuno vuole essere radice. Eppure una città sopravvive grazie alle radici, non grazie ai riflettori. Forse è per questo che la figura della Madonna continua a emergere nella storia di Cava come una sorgente carsica. Perché ricorda una verità che nessuna innovazione potrà mai sostituire: il futuro non nasce dall’arroganza di chi vuole inventarsi da zero, ma dalla gratitudine di chi sa di aver ricevuto qualcosa. Una città perde la sua anima quando conserva i monumenti ma dimentica il significato che li ha generati. E allora, mentre maggio si chiude, la questione non è quante volte abbiamo recitato un’Ave Maria.

La questione è più scomoda. In una società che premia chi urla, chi corre e chi si mette in mostra, abbiamo ancora spazio per ciò che Maria rappresenta? Perché se la risposta è no, il problema non sarà la fine del mese di maggio. Sarà la fine della memoria. E una città senza memoria, prima o poi, diventa soltanto un luogo.

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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