È arrivato l’autunno: l’equinozio tra natura, memoria e poesia
Da oggi le ore di luce continueranno progressivamente a diminuire e il Sole apparirà sempre più basso sull’orizzonte, fino al solstizio d’inverno del 21 dicembre
L’autunno astronomico è arrivato questa mattina, 23 settembre, precisamente alle ore 2:05. È questo il momento in cui il Sole attraversa l’equatore celeste e nell’emisfero settentrionale l’estate lascia ufficialmente il posto all’autunno.
Si dice che nel giorno dell’equinozio il giorno e la notte abbiano la stessa durata. In realtà non è esattamente così. Il 23 settembre le ore di luce sono ancora un po’ più di quelle di buio, per effetto della rifrazione atmosferica e del modo in cui vengono calcolati alba e tramonto. La vera parità, chiamata equiluce, arriva qualche giorno dopo.
Ma al di là della precisione astronomica, l’arrivo dell’autunno è qualcosa che si vede. E si sente.
Dopo mesi di caldo intenso, anche la luce del sole sembra finalmente cambiare. Il sole è più basso sull’orizzonte, i suoi raggi non hanno più la forza aggressiva dell’estate e diventano più morbidi, più dolci. È una luce che non si subisce, ma che si lascia guardare e quasi accarezzare. Un abbraccio tiepido da godere, soprattutto dopo i lunghi mesi di calore.
E intorno a noi la natura comincia lentamente a trasformarsi. Arrivano le prime foglie a terra, il verde perde la sua uniformità e cominciano ad apparire il giallo, l’arancio, il rosso e tutte quelle sfumature che fanno dell’autunno una delle stagioni più belle da osservare. È un cambiamento lento, ma tutt’altro che impercettibile.
Per le civiltà contadine questi cambiamenti erano veri segnali del tempo. La natura era un calendario da osservare ogni giorno: le piante, gli animali, i frutti, la terra indicavano il passaggio da una stagione all’altra e accompagnavano i lavori nei campi. L’autunno era il tempo della raccolta, della vendemmia, dei frutti maturi e della terra che, dopo la stagione della crescita, cominciava a prepararsi al riposo.
San Michele, il 29 settembre, in diverse tradizioni contadine rappresentava una sorta di passaggio dell’anno agricolo. Entro San Michele, per esempio, in alcune zone il bestiame lasciava gli alpeggi per tornare alle stalle; altrove era il momento in cui terminavano determinati lavori e si regolavano contratti, affitti e rapporti di lavoro agricolo. Una data del calendario religioso che, per secoli, ha coinciso anche con i ritmi concreti della vita nei campi.
L’autunno non dovrebbe essere considerato soltanto come la stagione della malinconia. Ha dentro di sé qualcosa di diverso: invita a rallentare, a raccogliersi, a tornare alle piccole cose.
La sera arriva prima e la casa torna a essere un rifugio più desiderato. Si riscopre il piacere di una coperta sulle gambe, di una bevanda calda tra le mani, di qualche pagina di un libro letta in silenzio, mentre fuori cambia la luce e l’aria diventa più fresca.
Sono gesti semplici, ma capaci di regalarci una sensazione di benessere e di intimità. L’autunno ci ricorda che non tutto ciò che ci rende felici deve essere grande o straordinario. A volte basta fermarsi un po’ e accorgersi delle cose che abbiamo intorno.
E l’autunno è entrato anche nella nostra poesia.
Carducci gli ha dedicato una delle sue liriche più conosciute, “San Martino”, dove novembre appare attraverso la nebbia sui colli, il mare mosso dal vento e il vino nuovo che si prepara nelle case. Ma anche Pascoli, poeta attentissimo ai piccoli segni della natura e della vita contadina, ha raccontato l’autunno in modo indimenticabile.
In “Sera d’ottobre”, contenuta in Myricae, bastano poche immagini per restituire un’intera giornata di campagna: le bacche rosse sulle siepi, i campi arati, le vacche che tornano alla stalla e le foglie secche che fanno rumore sotto i passi.
E c’è poi “Novembre”, sempre in Myricae, dove Pascoli gioca quasi con un’illusione: il sole è così limpido da far pensare alla primavera, ma basta guardarsi intorno per scoprire i pruni secchi, gli alberi spogli e il fragile cadere delle foglie. È quella che il poeta chiama, con una bellissima immagine, “l’estate fredda dei morti”.
È interessante che proprio Pascoli, così attento alle cose umili e quotidiane, abbia trovato tanta poesia nei piccoli mutamenti della campagna. Non nei grandi paesaggi, ma in una foglia, in un animale che torna alla stalla, in un odore, in un rumore.
Da oggi le ore di luce continueranno progressivamente a diminuire e il Sole apparirà sempre più basso sull’orizzonte, fino al solstizio d’inverno del 21 dicembre, quando nell’emisfero settentrionale si raggiungerà il giorno più corto dell’anno. L’autunno, nel frattempo, avrà il suo tempo per cambiare il paesaggio e portarci, passo dopo passo, verso l’inverno.






