Apollo 11, 20 luglio 1969: la Luna ha anche un nome di donna
Per molto tempo l’esplorazione spaziale degli anni Sessanta e Settanta è stata raccontata come un’impresa realizzata esclusivamente da uomini statunitensi e bianchi. Ma la realtà era diversa
Il 20 luglio 1969 il mondo guardava Neil Armstrong. Ma senza il software progettato da Margaret Heafield Hamilton – che pochi minuti prima dell’allunaggio evitò l’interruzione della missione Apollo 11 – e senza il lavoro di Frances “Poppy” Northcutt, la storia della conquista della Luna sarebbe stata diversa.
Erano almeno 600 milioni le persone in tutto il mondo davanti alla televisione quel giorno per seguire in diretta l’allunaggio. Walter Cronkite, uno dei più stimati giornalisti dell’epoca, rimase seduto davanti alle telecamere della CBS per 27 delle 30 ore complessive della trasmissione.
Nel momento in cui Neil Armstrong poggiò piede sulla Luna, anche Cronkite fu sopraffatto dall’emozione e riuscì solo a dire: «Man on the moon!… Oh, boy… Whew, boy!».
In Italia la diretta Rai fu segnata dal celebre confronto tra Tito Stagno e Ruggero Orlando. Stagno annunciò «Ha toccato!», interpretando male le comunicazioni degli astronauti e anticipando di 56 secondi il momento effettivo in cui il modulo lunare toccò il suolo. Orlando, collegato dal centro della NASA a Houston, gli rispose: «No, non ha toccato». Il breve dibattito tra i due finì per coprire proprio le parole degli astronauti.
Dietro quei momenti entrati nella storia c’erano però anche persone rimaste a lungo nell’ombra. Tra queste Margaret Heafield Hamilton, l’informatica che sviluppò il software dell’Apollo Guidance Computer, il computer di bordo della NASA incaricato di gestire le fasi più delicate della missione.
Non aveva ancora trent’anni e lavorava in un settore dove le donne erano spesso escluse dai ruoli tecnici più importanti. Spesso portava con sé in laboratorio la figlia piccola, mentre costruiva un sistema informatico destinato a operare in una situazione estrema: un viaggio verso un altro corpo celeste.
Fu proprio il software progettato dal suo team a rivelarsi decisivo durante la discesa del modulo lunare Eagle. Pochi minuti prima dell’allunaggio, il computer di bordo iniziò a lanciare gli allarmi 1201 e 1202, segnalando un sovraccarico. Il sistema riuscì però a dare priorità alle operazioni essenziali, permettendo agli astronauti di continuare la discesa e completare l’atterraggio.
Un’altra donna legò il proprio nome a quella giornata storica: a soli 25 anni fu la prima donna ingegnere a lavorare nella Mission Control della NASA. A lei è stato dedicato anche un cratere lunare e diede un contributo importante nel riportare sulla Terra gli astronauti dell’Apollo 13 dopo l’incidente del 1970.
«Non conoscevo altre donne nella mia stessa posizione – ha raccontato in un’intervista – sono sicura che ce ne fossero da qualche parte, ma nel reparto tecnico non ne ho viste. Se è stato più difficile essere in questo settore perché ero donna? Sì, dovevo lavorare molto più duramente degli uomini per dimostrare il mio valore. Ai tempi nuotavo in un mare di sessismo».
La Northcutt iniziò la sua carriera come “calcolatrice”. Alla maggior parte delle donne assunte dalla NASA veniva infatti chiesto di eseguire e ricontrollare calcoli, mentre ingegneri, fisici e matematici uomini potevano dedicarsi ad altri compiti. C’erano anche donne afroamericane che svolgevano questo lavoro: venivano chiamate “coloured computers” e lavoravano, pranzavano e utilizzavano servizi diversi rispetto alle colleghe bianche.
La conquista della Luna fu quindi anche una storia di barriere superate, seppure lentamente. Per molto tempo l’esplorazione spaziale degli anni Sessanta e Settanta è stata raccontata come un’impresa realizzata esclusivamente da uomini statunitensi e bianchi. Ma la realtà era diversa.
Su impulso del presidente John F. Kennedy e del vicepresidente Lyndon B. Johnson, la NASA adottò il principio dell’affirmative action, una politica volta a favorire l’accesso al lavoro di persone appartenenti alle minoranze, comprese donne e cittadini non bianchi. Il programma spaziale diventò così anche uno strumento di cambiamento sociale ed economico negli Stati Uniti.
Oggi il programma Artemis ha riportato l’attenzione sul ritorno dell’uomo verso la Luna e, per la prima volta, una donna fa parte di un equipaggio diretto verso il nostro satellite. Un traguardo che acquista un significato ancora maggiore se si ricordano storie come quelle di Margaret Hamilton e Frances Northcutt.
Prima ancora che una donna potesse viaggiare verso la Luna, altre donne avevano già contribuito a rendere possibile quel viaggio. La storia dello spazio non è stata scritta soltanto da chi ha lasciato un’impronta sulla superficie lunare, ma anche da chi, sulla Terra, ha costruito gli strumenti per arrivarci.







