Amerai il finale. Ma il problema è che oggi nessuno sa più aspettarlo
Nessuno studente che entra in prima sa davvero chi sarà cinque anni dopo. Nessuno può prevedere quali incontri cambieranno la sua vita, quali errori diventeranno lezioni
L’ultimo giorno di scuola è una strana invenzione degli adulti. Suona la campanella, si scattano foto, si firmano magliette, si promettono amicizie eterne. Sembra una festa. In realtà è un esercizio di coraggio. Perché l’ultimo giorno di scuola ci mette davanti a una delle cose che la nostra epoca sopporta meno: il fatto che il futuro non si può controllare.
Nell’atrio del De Filippis, mentre si attendeva il suono dell’ultima campanella dell’anno, si è cantata – tra le altre – Buon Viaggio (Share The Love) di Cesare Cremonini. E mentre guardavo i volti rigati dalle lacrime degli studenti e dei colleghi (persino di qualche collega che normalmente pare inaffondabile) mi ha colpito una frase della canzone che dice: «Per quanta strada c’è da fare, amerai il finale.»
È bella. Ma soprattutto è scandalosa. Perché oggi siamo abituati a pretendere garanzie su tutto. Prima di partire vogliamo sapere dove arriveremo. Prima di scegliere vogliamo conoscere il risultato. Prima di vivere un’esperienza vogliamo leggere le recensioni. La scuola, invece, continua a essere uno degli ultimi luoghi dove si è costretti a camminare senza conoscere il finale. Nessuno studente che entra in prima sa davvero chi sarà cinque anni dopo. Nessuno può prevedere quali incontri cambieranno la sua vita, quali errori diventeranno lezioni, quali sogni sopravvivranno e quali saranno sostituiti da altri più grandi. Eppure continuiamo a misurare tutto con numeri, classifiche, medie e voti.
A volte, purtroppo, pensiamo che la scuola serva a produrre risultati. In realtà serve a produrre persone. I risultati arrivano dopo. Arrivano quando una delusione non ci spezza. Quando una bocciatura non diventa una condanna. Quando scopriamo che il talento conta meno della costanza. Quando comprendiamo che la vita non premia sempre i più brillanti, ma quasi sempre quelli che hanno imparato a rialzarsi. L’ultimo giorno di scuola è commovente per questo motivo: non celebra ciò che è stato raggiunto, ma tutto ciò che è ancora incompiuto. Celebra le domande più delle risposte. Celebra le possibilità più delle certezze.
Celebra quel tratto di strada che nessuno vede ancora. Forse la verità è che il finale non si ama perché è perfetto. Lo si ama perché, guardandosi indietro, ci si accorge che ogni curva che avremmo voluto evitare ci ha portato esattamente dove dovevamo arrivare. E allora la frase più importante non è “amerai il finale”.
La frase più importante è quella nascosta. Abbi il coraggio di attraversare la strada che ti separa da quel finale. Perché la vera tragedia non è sbagliare percorso.
La vera tragedia è non partire affatto. E allora… buon viaggio ai miei alunni e alunne!







