LIBRI & LIBRI Luigi Mazzella, Canzoniere satirico

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Il centro scabro ed esatto del Canzoniere satirico di Luigi Mazzella (Genesi Editrice, Torino, 2016) è rappresentato dalla sezione La vita emotiva, che assieme alle sezioni L’impegno civile, La satira, I motti e i miti appartiene alla Parte prima, intitolata La poesia.

Chi dice io nei testi mostra una singolare forza d’animo, che lo porta a vivere con passione gli incontri e gli scontri della vita; si definisce egli stesso “testardo e volitivo” (Desiderio d’amore).

Il Nostro passa in rassegna i vizi e le mancanze dei suoi simili, con occhio giudicante. È una rassegna di perdenti, in  un mondo di perdenti, a ben guardare:  c’è chi si ostina a vivere nel passato, che è notoriamente un mucchio di cenere; chi racconta menzogne, che il poeta puntualmente smaschera (L’emozione); chi, incapace di vero amore, considera la donna un possesso (“E l’aggettivo mio /è pronubo e mezzano/ di riduzione a cosa/ di un esser nato umano”; c’è chi “per pavidità/ rinuncia alla vita”; e anche all’amore; poi ci sono gli ipocriti e i cacciatori di dote, i  vili  (Prudenza e codardia), in somma un campionario di varia umanità, una vera e propria corte dei miracoli morale. Ma il merito indubbio di questo poeta è quello di non limitarsi a una satira, che sarebbe sterile, dei comportamenti umani, ma di preferire una critica costruttiva, di sapere indicare una via d’uscita, direi di riscatto, cosicché si presenta quasi in veste di maître à penser, in una poesia che assume una cadenza sapienziale e un tono gnomico e sentenzioso.

Si veda in particolare Un possesso chiamato amore, testo di stringente attualità, che si compone di due parti; una pars destruens iniziale, e nell’explicit una pars costruens. Per disegnare questi contrasti, bene e male, ombra e luce, il poeta si serve dell’agile settenario spesso rimato, che fa pensare alle odi civili di un grande poeta settecentesco: Parini. Ci sono anche professioni di fede laica nella ragione, bene insostituibile nell’unica esistenza concessaci dal Caso, in questo mondo circondato dal nulla (Un laico coraggio); con la serena consapevolezza di non essere al centro dell’universo (Il cosmo e me). Il suo pensiero laico è ribadito anche altrove. Nella Parte seconda incontriamo gli Aforismi. Che in alcuni casi ripropongono le medesime tematiche, però su un registro diverso, o con sfumature diverse.

La ragione, vista nei suoi aspetti positivi di ragionevolezza e capacità di discernere, ma anche nelle sue controverse incarnazioni storiche (la settecentesca “Dea Ragione”), vista con diffidenza da chi si proclama assertore “del dubbio”, viatico di una personale e coraggiosa “riflessione”. Una sorta di elogio del dubbio che torna in altre sezioni, ad esempio nella poesia La svolta, dove nell’explicit leggiamo: “Combatter le certezze…/è l’unico rimedio”.

Al polo opposto dell’intelligenza, stanno gli imbecilli e i cretini, che proliferano incessantemente (un esempio: Imbecilli e successo letterario). Al piacere e alla procreazione è dedicato un trittico, in cui si propone l’equazione: procreazione / minore sviluppo della corteccia cerebrale negli anni verdi”, ciò che spiegherebbe “il progressivo aumento degli stupidi”. Sempre a proposito di imbecillità il poeta scrive altri aforismi, come Maschilismo, omofobia e ottimismo di Daniel Defoe, che rivendica “per l’uomo di genio di amare…almeno due donne”, progetto insensato e reso di difficile attuazione per la “crescente imbecillità degli abitanti del pianeta”.

Sull’amore si ritorna con infinite variazioni, tanto che estrapolando i numerosi testi che ne parlano, se ne potrebbe ricavare un trattatello, un moderno De amore; sull’ incapacità d’amare, anzi di riconoscere il vero amore e sulla tendenza a scambiare per amore qualcosa che solo vagamente gli assomiglia, si legga La durata dell’amore. L’amore totalizzante, sembra dirci Mazzella, è fatto di complicità (L’amore vero); difficile distinguere la ragione e la colpa nella fine di un amore (Amore e separazioni); ma si veda anche Bisogno d’amare e paura d’amare.

Il tema è esplorato altresì nella varietà di amore per i genitori: i figli non devono seguire alla lettera i consigli dei padri, quando questi siano manifestamente inferiori a loro per “intelligenza” (Amore filiale). Un aspetto su cui si sofferma Mazzella è la logorrea, la chiacchiera anche massmediologica (I pensieri unici); per converso tesse l’elogio del silenzio (Il fascino delle gare sportive); quindi i suoi strali si appuntano sui conferenzieri (ad es. in I convegni e l’umiltà).

Il conferenziere è figura ricorrente, citata da Gros-Pietro, editore e prefatore; che si sofferma anche sull’autoironia, di cui Mazzella si rivela capace nel testo Un grande professionista. Il poeta nel contempo riconosce come fondamentale e ineludibile la necessità di comunicare, con coraggio, le proprie idee (Spreco d’intelligenza); anche se poi una sorta di dissimulazione onesta si propugna o si giustifica in Non essere intelligenti abbastanza. Interessanti le considerazioni di carattere politico sul capitalismo (II determinismo capitalistico), e i suoi eccessi (Il capitalismo) ; contro “l’irrazionalismo di un’ideologia “assolutistica…, che non squarcia le tenebre ma le crea” ( Un pensiero condizionato); sul vizio italico di saltare sul carro del vincitore (L’Italia e  le guerre civili); sul pensiero unico (I pensieri unici e Pensiero unico e verità assolute); sul buonismo, che dà il titolo al seguente amarissimo epigramma: “tanti bambini muoiono affamati, sotto uno tsunami di universali appelli alla bontà” ; contro il fanatismo (Fideisti religiosi e politici, Omicidi di massa, ma si veda anche I fanatici della cultura) e il dogmatismo religioso.

La religione merita un discorso a parte, perché l’autore mostra di comprendere il vero spirito del messaggio cristiano, che predica la gioia; il Cristo invitava a esultare e rallegrarsi; mentre molti cattolici preferiscono  “alle immagini di Gesù che raggiante risorge dal sepolcro, quelle che lo raffigurano inchiodato, con il capo reclinato e grondante sangue”); sull’ignoranza, che i giovani del ‘68 consideravano e “invocavano” come un diritto, indotta e resa possibile  da internet e dai giochi elettronici. L’autore si interroga inoltre sull’uomo-massa (Insicurezza di sé e movimenti di massa; e La condanna dell’uomo); considerazioni di stringente attualità troviamo in Lo Stato e la corruzione, in cui è paventato un regime poliziesco di spionaggio.

L’ io poetico esalta la medietas, il senso della misura (La freccia e il bersaglio), mentre nutre igienici dubbi sulla validità dei progetti utopici (L’uguaglianza). Mazzella smaschera l’invidia che si ammanta di una falsa generosità (L’uomo generoso) e la negatività che si cela sotto la maschera dell’idealismo (Gli individui con idee salvifiche) e del moralismo (Il moralista più rigoroso): “il moralista è tanto più rigoroso quanto più sgradevoli sono per lui i risultati che emergono dall’esplorazione del proprio microcosmo individuale”).  Ma torniamo alla Parte prima, intitolata “La poesia” e più partitamente alla sezione L’impegno civile. Qui ovviamente sono frequenti le dichiarazioni politiche programmatiche, consegnate eminentemente all’ouverture, che reca il titolo di Neppure sui muri, dove l’io poetante esalta la propria indipendenza di giudizio: “Vittima non son stato/ d’ideologie salvifiche/di destra e di sinistra”. Qui si affoltano le punzecchiature, come in Era una terra (quasi felice), dove si criticano le democrazie esportate con le baionette. C’è un fondo di pessimismo, quando il poeta pensa che l’incubo della morte può essere esorcizzato con la preveggenza del degrado (I versi della maturità); e affrontato, senza paura, a coronamento “dell’avventura nobile/di un’esistenza vera”.

Anche nell’Ode a un’amica c’è una considerazione pessimistica sulla natura umana e sulla mancanza di riconoscenza, ecco l’incipit: “Se fai beneficenza, /con il tuo patrimonio, /a singola persona/puoi certo prevedere /ch’odio ti serberà”. Notevole nella parte centrale la dipintura d’interni lussuosi: “magnifici convivi/con ricchezza d’addobbi/e tavole imbandite/con fasto ed eleganza, in dorati saloni”.

Una visione pessimistica, anche in poesie incluse in successive sezioni; si parla del tramonto dell’Occidente ne I nani e i giganti e in genere di un mondo ridotto a un’invivibile brughiera metropolitana: la siepe di leopardiana memoria serve ad escluder dallo sguardo “la parte di quel mondo… che pur sai popolata da prava umanità/degenere e corrotta” (A Recanati); per tacere “di quella belva truce/pur definita umana” (In memoria di un uomo probo). 

Nella prefazione l’editore Gros-Pietro declina le ascendenze letterarie di Luigi Mazzella, facendo giustamente il nome di Belli e di Porta. Ebbene l’anticlericalismo si respira in molte composizioni. Si legga Orfano: “Il tanfo delle chiese” e i prelati disposti “a coprire ogni “illecito/e turpe arricchimento”, in un mondo degradato e corrotto.   Anticlericalismo anche nella sezione La Satira, soprattutto se il clero (Il Vaticano e le tasse degli italiani), predica bene e razzola male invitando i cittadini a pagare le tasse e pretendendo l’esenzione per sé. Stesso metro nei riguardi dell’accoglienza, caldeggiata a gran voce, purché fuori dal perimetro della Città del vaticano (IL Vaticano e i clandestini). Una frecciatina contro il trasformismo politico in Ahi serva Italia di dolore ostello, dove compaiono “volti esangui e smorti/ di emaciati politici”.

Gli strali satirici si appuntano anche su certe scelte ad escludendum dei “gauchisti nostrani” in O tempora o Mores. Il libro comprende un’ampia rassegna critica con contributi di Sandro Gros-Pietro e di molti altri tra cui ricordiamo Carlo Di Lieto, Enrica Bonaccorti, Giovanni Chiellino, Pierantonio Milone, Mario Rondi, Gianna Sallustio. Per quanto riguarda lingua e stile, il poeta allinea i suoi pensieri, facendo riferimento ai “grandi codici”, per dirla con Frye, della Bibbia e della civiltà classica. Del resto il poeta in generale non inventa “ex nihilo”, come pretendeva la critica idealistica, ma “ex lingua et signis”.

Il poeta spesso ingloba citazioni esibite anche con intento parodico. (Tra Foscolo e Leopardi). Si incontrano tessere linguistiche leopardiane: ‘Fole’; ‘prava’. E lacerti da vari poeti. Citazioni da Ungaretti: ‘s’illumina d’immenso’; Dante: “Amor che a nullo amato/amar perdona”; ‘turpe bordello’, riferito al bel Paese.

E ancora: “Omero, nella versione italica: “molto anzi tempo all’orco”; ma anche dal mondo della musica (Dulcamara). Ci si imbatte in titoli che arieggiano cicli di romanzi: La commedia umana. Tipica del genere epigrammatico in senso lato è la tendenza a concentrare il veleno nella pointe finale. Mazzella mostra una rara capacità di delineare in pochi tratti una figura, calcando le tinte e sottolineando i tratti alla maniera espressionistica: “Una stretta fessura al posto della bocca” (Ho conosciuto una donna). Il poeta non disdegna poi di gareggiare con la pittura in icasticità e chiarezza d’immagini ad esempio nelle Allegorie del Lorenzetti.

Frequenti le dittologie sinonimiche: “timida e incerta”; non mancano gli iperbati e altre figure retoriche. Siamo dunque in presenza di una poesia colta e raffinata, che invita, sfida il lettore a mettere in campo la sua ‘enciclopedia’ per comprendere a fondo il messaggio del mittente-poeta. (Fabio Dainotti)

Luigi Mazzella, Canzoniere satirico, Genesi Editrice

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