LIBRI & LIBRI In libreria l’antologia di Roberto Pazzi Un giorno senza sera

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Tra il vagheggiamento del mondo favoloso dell’infanzia e una signorile  “sprezzatura”

Antologia personale di poesia è il sottotitolo del libro di Roberto Pazzi, Un giorno senza sera, che raccoglie poesie scritte in un ampio arco temporale (1966-1919).Mi pare che l’osservazione di Giorgio Barberi Squarotti sulla centralità del tempo nella prefazione di Versi occidentali si attagli anche alla prima raccolta intitolata Le ultime notizie e altre poesie(De Luca 1969); basta vedere l’occorrenza del termine tempo e di ora, orologio attimo minuti ieri domani ec. E il paesaggio è naturalmente quello marino. InVersi occidentali, significativa la lirica Le isole Falkland, con quel desiderio di un altrove e una punta di esotismo e con l’accenno a Napoleone, (un regnante o meglio imperatore)e il riferimento alla piccola isola, Sant’Elena, che era l’ultima annotazione del suo quaderno, un segno del destino. Bella la liricaHo spento la luce,soprattutto la parte finale: “Qualcuno ha detto/che vivere in provincia/son queste cose”. In “Nella misura in cui a livello di” l’importanza assegnata alla “parola che ti cerca” sembra un riferimento alla doppia entrata in gioco; e un confronto polemico con la parola preparata e con la palude dei linguaggi usurati con le espressioni della lingua d’uso abusate più che usate. Infine interessante il rapporto tra la storia pubblica e quella privata in Viaggio tra Milano e Bologna.

La terza silloge antologizzata si intitola Poesie scelte (Rebellato). La prima poesia è In morte di Aldo Moro, dove spiccano i bellissimi versi incipitari: “Dopo che lozar Nicola e la zarina Alessandra/furono uccisi con Alessio, Olga, Maria, Tatiana/e Anastasia, i loro cinque figli, /ci misero tre giorni a bruciarli per bene. /Martirio e sfregio ebbero, come santi/e non lo erano. Ma finiti così, come posso non amarli?”. Questo testo è stato citato e riportato da Elio Gioanola nella sua letteratura italiana, una delle migliori in circolazione, anche se la sua diffusione è stata limitata dalla scelta dell’autore di trattare gli autori in chiave psicanalitica, in un tempo in cui nelle università si privilegiavano analisi di tipo formale,strutturalistico e altro ancora. Qui il tempo è visto come l’artefice della dissoluzione dei corpi. Si veda Cosmetica; “Che cosa ci guadagnerà poi la morte/a cominciare così presto/ a prendersi cura del volti, dei capelli, dellemani, degli occhi, / a truccarli con attenzione/tanto tempo prima di entrare in scena?”.Il rapporto tra arte e vita pervade la bellezza della successiva lirica “S’un ritratto di giovane donna di Van Gogh”. In cui l’io scrivente immagina, travalicando come al solito le barriere temporali e di ogni altro genere, di potersi incontrare con una donna vissuta cent’anni prima e ritratta in un dipinto; a tal fine invoca il Signore: “Mandala qui stasera, per vedere stretti insieme/dietro i vetri la città/che lei non vide maisenza di me./ Le scioglierò la treccia antica/perché nonsenta il tempo che passò, /lei saprà quanta farina bianca basta/per un dolce da notte d’inverno,/accanto a due tazzine di caffè”. Qui veramente la poesia diventa eternatrice, è il trionfo dell’arte sulla morte, fa risorgere le persone defunte, Il sogno di una vita normale si presentifica nel modo più anormale e impossibile.L’io lirica crea con i personaggi una intimità che forse raramente si trova tra i viventi. In Trascrivendo dalla vecchia alla nuova agenda” emerge un altro aspetto dellapoesia di Pazzi; l’attenzione al mondo favoloso dell’infanzia:il poeta si chiede quali associazioni potrà trovare per evocare qualcuno (un tu indefinito) “sui…numeri/ di neve silenziosi, alti/ come sono alti i grandi per i bambini”. In Pane per una sera il pane avanzato, “non più mangiato nei cinque giorni di questo amore”, diventa il simbolo del carattere effimero delle passioni e dei sentimenti umani; solo il sortilegio di una fattucchiera, ma evidentemente anche della poesia, “tiene insieme le cose e i corpi per sempre”. Dove l’espressione “per sempre” si contrappone alla brevità dei cinque giorni. D’altronde la simpatia per l’infanzia va di pari passo con la simpatia per il re e la regina, personaggi che popolano il mondo delle fiabe, letture predilette nell’età infantile. Ma c’è di più. La psicologia dell’infanzia ha scoperto che nell’infanzia c’è un senso di onnipotenza che fa il paio con il mirabolante che si verifica nei racconti di magia. Il fanciullo insomma si sente un re assoluto, in grado i regnare su persone e oggetti, di volare eccetera. Roberto insomma come un estroso fanciullo?

Nella successiva raccolta Il re, le parole (Lacaita 1980), spicca il senso di solitudine dei numeri primi, l’importanza dei nomi, la preghiera ipotetica (“Signore, se credessi inDio/direi”). A proposito di Il re, le parole, così Gioanola: “Roberto Pazzi, che ha esordito come poeta, scriveva nella nota autobiografica apposta alla raccolta: «Da bambino, è rimasto stranamente emozionato davanti a unagran fotografia, nascosta e abbandonata dietro la porta di uno stanzino, di una famiglia reale: il vicino di casa che gliela mostrava, gli diceva intanto che di re non ce n’erano più, che gli ultimi erano in esilio». Ma perché questa ossessione, esplicitamente fatta risalire fino all’infanzia, dei re e degli imperatori? Al di là di ogni possibile motivazione di ordine  psicologico, come per esempio la nostalgia per un personaggio d’ autorità che difenda contro insicurezze e  angosce, interessa rilevare la funzione di tale figura ossessiva in ordine all’invenzione narrativa e alle sue caratteristiche peculiari…L’ossessione di Pazzi, prosegue Gioanola a proposito del romanzo (Pazzi è anche romanziere),  Cercando l’imperatore (1985),  è quella di impadronirsi del regno dell’immaginario, fonte originaria di ogni racconto, a partire dalle sue figure costitutive, il re e la regina, perché nella realtà i re sono fuggiti e la fantasia rischia l’estinzione nel regno desolato della storia”.

Il libro pubblicato da Garzanti, Calma di vento, nasce all’insegna della follia,con l’esergo ariostesco e con il titolo della pima lirica. Anche in queste poesie si registra  la compresenza di mito, storia e tempo presente in Astrologica: “e l’uomo fu sbranato dai cani/per averla vista nuda giocare sull’acqua”, come pure in Il sonno, in Le forme, e in Giovanni e Giuda. Bene Bertoni, il postfatore, : “Abolisce le barriere fra storia e tempo”.

E in questo continuo andirivieni temporale notevole il trascolorare della propria immagine dal se stesso bambino all’ uomo di oggi; ritorna l’ossessione dei nomi e quella per i regnanti (robertopazzi, Gli occhi)). E lasimpatiaper il mondo infantile, così collegato al potere dell’immaginario e al favoloso, ealle filastrocche (Il sonno, ma anche Le bambole). In quest’ultimo componimento siaffaccia anche il gusto per l’imbalsamazione: “E tu in casa mia appari/in una fotografia”. Un altro elemento che attiene alla psicologia del profondo è la paura di sprofondare (La traversata). La conversione è un bell’esempio di Ring- komposition. Ricordi della sua “vita d’allora” che si presenta buia e umbratile troviamo in Nel sonno, dove si riscontra una variazione, anzi una ripresa o citazione da Ungaretti. Una bella immagine della natura femminile e dei morsi della gelosia e del desiderio di possedere l’oggetto della passione in Il viaggio.

Seguono le composizioni tratte da Il filo delle bugie ed edite da Corbo nel 1994. Anche qui c’è l’abolizione delle barriere temporali tra morti e viventi (Dio di nessuno).

Nel ‘98 l’autore, ligure per nascita ma  ferrarese per elezione, scrisse e licenziò alle stampe, per i tipi di Palomar, il libroLa gravità dei corpi, qui rappresentato da un nutrito gruppo di liriche. Dove spesso la dedicataria è proprio la città amata dal poeta (Gli orologi di Ferrara). Si ha addirittura un tentativo di instaurare un dialogo coi morti (Offerta). Si affaccia anche il timore diun lontano, presentimento della fine, forse normale in uno che sa il suo destino di essere- per- la morte (Le due rive), dove c’è anche un accenno all’incomunicabilità, e quindi l’io lirico è come “una bolla/di sapone” (Il bacio). Naturale poi è la metafora del viaggio. La vita, sembra dirci Pazzi in L’orizzonte, è un bosco delle meraviglie, ma anche, esistenzialisticamente, un breve segmento di luce nel buio, e si intravede “lo sprofondo”, la paura del vuoto, della caduta, che ritorna in più luoghi.Altrove si indovina un tentativo di esorcizzare il pensiero della morte e il senso del tempo che passa.Qui la vita è un furto al tempo edace: “Nell’ora che abbiamo rubato”. Un cenobita del cielo e della terra appare a volte come nello StilitaA volte l’io scrivente si sorprende a guardarsi vivere. Dal punto di vista dello stile.Notevole l’usodelle antitesi e delle similitudini. E notevole è il gusto citazionale. Abbiamo la citazione o la parafrasi di passievangelici. Sovente si trovano citazioni da opere di autori (Shakespeare), ma anche di titoli fi film (Quanto resta del giorno). Va segnalato anche il ricorso al modello testuale, in Bambino che ti fai vecchio, delle epigrafi funerarie: “Se tu sei quel che io ero/io sono quel che tu sarai”, dove risuona anche il memento mori. Un tono parenetico e a volte perentorio risuona in un gruppo d i liriche. Si indovina anche una reminiscenza gozzaniana in quella casa dove “fischia/ nelle fessure il vento”. Anche Cardarelli è presente in una sorta di ipotesto in Ventisette dicembre, in quella lentezza indicibile, che qui ci si augura, degli “ultimi giorni dell’anno /dolcissimi e lenti”; ma si veda anche Luce di ottobre; mentre il “varco” in Le ali rimanda a Montale e la caverna, in Occhi, a Platone. Anche in Talismani, la silloge del 2003 pubblicata da Marietti, tornano presentimenti in chiave ironica della fine e insieme un cupio dissolvi, un desiderio di confondersi con le linee del paesaggio; torna l’ossessione dei nomi eil sentimento dello scacco che attende l’uomo al termine del viaggio della vita; torna il vagheggiamento di un’esistenza umbratile, si ritrovano gli stilemi di Cardarelli, come anche la speranza, l’idea che il mondo possa essere salvato dai ragazzini. Mentre davanti allo scatenarsi delle forze naturali, l’uomo si sente una nullità, chiede anche e ricerca la solidarietà dell’altro.

Per quanto riguarda l’ultima raccolta antologizzata, Felicità di perdersi (Barbera 2013), interessante l’identificazione del bene con la libertà di sciogliersi “dalle bracciatenere diCirce” e di tendere “verso un’altra Itaca”. Si riscontra un gusto vagamente crepuscolare nella simpatia per gli ultimi, per le stazioni di provincia; a meno che poi la provincia non sia la città, col suo “miserevole mulino della caducità”, come pensava Boine. Ma vorrei soffermarmi su questi versi:“Vivo fuori scena, /il tempo è tutto mio, posso sciuparlo, regalarlo, /scommettere sulla residua leggerezza, /portarlo con l’eleganza/di eroi colti poco prima della fine/ a dir cose lievi e impertinenti, / con la sprezzatura/di guerrieri di una guerra perduta”. Sembra di rivedere Giovanni Drogo o la fine d tanti personaggi del basso impero “suicidati” dall’imperatore. Qui sembra prevalere il criterio della grazia. Scrive Augusto Simonini a proposito dell’ideale della ‘cortegiania’ di Baldassare Castiglione e  della spiritualità del Rinascimento: “ Grazie è eleganza senza affettazione; un difficile e pur necessario  equilibrio che si raggiunge mediante ‘una certa sprezzatura che nasconda l’arte, e dimostri ciò che si fa e si dice venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi’”. Ecco questa è la cifra stilistica del poeta-scrittore che qui si commenta e anche dell’uomo. E mi par giusto collocare tale osservazione al termine di questa breve lettura  della poesia di Roberto Pazzi. (Fabio Dainotti)

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