LIBRI & LIBRI Frankenstein: un demone del nostro tempo

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Leggere o rileggere i classici fa bene al cuore e al pensiero. Al cuore perché ci riempiono di energie positive, immagini, simboli, che, come le favole, hanno la capacità di riassumere emozioni e sentimenti. Al pensiero perché riescono a riaccendere riflessioni sopite da letture mediocri, che ancora non hanno superato la selezione della contemporaneità, intendo le tendenze dei periodi brevi.

Frankenstein o il moderno Prometeo di Mary Shelley: chi metterebbe più in dubbio la sua grandezza? L’ho riletto in questo periodo, qualcosa mi ha portato verso questo libro, letto in adolescenza (l’ho ricordato durante la lettura, perché avevo la mente inflazionata dai ricordi del film).

Per molti anni i critici si sono soffermati sulla lettura di questo libro che porta l’attenzione sul rapporto dell’uomo con la tecnica e con la paura di andare oltre e trovarsi di fronte a forze incontrollabili; davanti alla consapevolezza che l’esito della ricerca tecnologica sfugge all’uomo che l’ha creata, porta vantaggi e danni imprevedibili. Il periodo storico in cui è scritto il libro è quello dello sviluppo industriale ed è pregno di queste paure. Non dico niente di nuovo.

Eppure c’è un filo di pensiero che mi seguiva in questa rilettura: non è solo questo. Infatti, nel finale ho trovato la risposta. Mary Shelley ha parlato del demone che ci guida “tu vivi e il mio potere su di te è totale … Vieni, nemico mio, dovremo lottare per le nostre vite, ma prima che questo avvenga dovremo patire molte ore difficili e tristi” (Frankenstein di Mary Shelley p. 288).

Questo demone – come direbbe un protestante e non un cattolico (ricordiamoci dell’etica calviniana) – lo costruiamo noi con le nostre mani. Pezzo dopo pezzo con la ricerca accurata soprattutto nel periodo formativo, come fa Frankenstein: “Nessuno può avere idea della varietà di sentimenti che mi spingevano avanti …una nuova specie mi avrebbe benedetto come suo creatore … molti esseri felici e perfetti avrebbero dovuto a me la loro esistenza”.

In seguito il “mostro” che ci costruiamo ci seguirà in tutte le nostre follie, nessuno ci crederà e solo noi lo vedremo, non è un oggetto sociale, ma una condizione dell’anima, una percezione individuale. E quando dico “individuale” significa che non vale per tutti: per tutti gli altri il “mostro” non esiste, non lo vedono e non lo seguono. Il “mostro” è la differenza che proiettiamo fuori di noi e siamo destinati a inseguirla per tutta la vita, ma è quella differenza che ci dà energia. L’omologazione ci appiattisce verso il fondo, fa sopravvivere tutto quello che ci appartiene quietamente. Il cambiamento, invece, ci porta via molte cose, ma è pieno di energie, è vita. Frankenstein non riesce a fare a meno di inseguire il cambiamento, il mostro che ha creato, provando un dolore infinito per quel che ha perso e lasciato. Perde tutta la sua famiglia, il calore ovattato della sicurezza di quel che si ha, senza sapere dove va. Il demone lo riempie di energie e continua le sue ricerche di vendetta contro chi ha distrutto la sua quiete mediocrità: “La mia vendetta non v’interessa, eppure, anche se ammetto che è un male, debbo confessarvi che è l’unica divorante passione della mia vita … voi rifiutate la mia giusta richiesta, e allora non mi rimane che una risorsa: dedicarmi, vivo o morto, alla sua distruzione”. Frankenstein si consacra così al suo demone con la fierezza del martirio, ma un magistrato di Ginevra non ha la mente occupata da eroismi, lui vede e applica la legge della contemporaneità e non risponde alle richieste di aiuto di Frankenstein, anzi lo ritiene soltanto un pazzo.

Questa lettura è stato un progress abituale: ho cominciato a seguire con entusiasmo la scrittura meravigliosa, vicina a tante altre autrici dell’ottocento: Emily Bronté, Jane Austen e così via. Ho ritrovato l’entusiasmo della prima lettura, quando passavo intere estati a proiettarmi nei miei eroi, a sentire la loro forza, speranza, orgoglio e poi miseria, resistenza, desolazione, amarezza. Insomma quando è cominciata la ricerca del mio demone, quello che mi ha tenuto in vita fino ad oggi. E non è forse per tutti così?

 

MARY SHELLEY, nata a Londra, 30 agosto 1797 – morta a Londra, 1º febbraio 1851, è stata una scrittrice britannica, autrice a 19 anni del romanzo gotico “Frankenstein”, pubblicato nel 1818. Era figlia della filosofa Mary Wollstonecraft, antesignana del femminismo, e del filosofo e politico William Godwin. La madre morì dieci giorni dopo averla messa al mondo. Mary, insieme alla sorella più grande, crebbe col padre William Godwin, di idee anarchico-comuniste. Mary si innamorò di uno dei discepoli di del padre, Percy Bysshe Shelley e fuggì con lui in Francia. Dopo aver attraversato insieme l’Europa, dovettero rientrare in Inghilterra per mancanza di denaro per sopravvivere. Mary aspettava una figlia da Percy e la bambina che nacque morì pochi giorni dopo il parto prematuro. Mary e Percy si sposarono nel 1816, in quell’anno trascorsero l’estate con Lord Byron, dove Mary ebbe l’ispirazione per la stesura del suo romanzo Frankenstein. Nel 1818 lasciarono l’Inghilterra per l’Italia, dove morirono Clara Everina e William, rispettivamente seconda e il terzo figlio di Mary e Percy, e dove nacque Percy Florence, l’unico a sopravvivere ai genitori. Nel 1822 suo marito annegò durante una traversata del Golfo della Spezia. Un anno dopo Mary ritornò in Inghilterra, dove si dedicò totalmente alla carriera di scrittrice, in modo da poter mantenere il figlio. Trascorse l’ultima decade della sua vita nella malattia, probabilmente ebbe un tumore al cervello, di cui morì all’età di 53 anni, nel 1851. Le sue opere principali oltre Frankenstein sono: Storia di un viaggio di sei settimane, 1817, Matilda, 1819, Maurice o La capanna del pescatore, 1820, Valperga, 1823, L’ultimo uomo, 1826, The Fortunes of Perkin Warbeck, 1830, Lodore, 1835, Falkner, 1837.

 

 

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