L’ARCHRITICO Spatriati in fuga

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“Arriva un momento della vita in cui bisogna farsi, per forza, la domanda decisiva: «chi sono io?»”

Così Mario Desiati inquadra il senso del suo ultimo romanzo “Spatriati”, edito da Einaudi e giunto alla finale del Premio Strega, col maggior numero di voti tra i selezionati.

Desiati, 45enne pugliese, vanta un curriculum di tutto rispetto. Già finalista allo “Strega” nel 2011 con il romanzo “Ternitti”, collabora con “La Repubblica” e “L’Unità”. In gioventù è stato apprendista avvocato e ha curato le pubblicazioni per “Nuovi Argomenti” la Arnoldo Mondadori e la Fandango editore.

Esperienze preziose che Desiati utilizza nella sua scrittura, dove alterna il riferimento basso alla lirica delle descrizioni, senza mai perdere in fluidità e tensione.

Il protagonista di “Spatriati”, il giovane Francesco Veleno, era già comparso in un suo precedente romanzo del 2008, “Il paese delle spose infelici”, da cui fu tratto un film, per la regia di Pippo Mezzapesa ed ambientato in un piccolo paese della puglia.

Così, e questa volta senza bisogno del cinema, anche in “Spatriati” sembra di vederla la sua puglia, sotto la luce chiara del mattino, le campagne di ulivi e le stradine di paese intrise di invadenza popolare, acrobatica e tenace come la peggiore delle piante infestanti.

In questa giungla di sole e pregiudizi, muovono le vicende di Francesco e Claudia, amore e odio, tesi e antitesi della provincia italiana. Timidezza e spavalderia. Immobilità piuttosto che fuga. Paura e coraggio. Attesa contro azione. Entrambi, chi prima chi poi, alle prese con la soluzione del quesito primario.

Da qui il peregrinare, lungo persone e luoghi. Un’odissea di tentativi ed errori, fino ad approdare a Berlino, che sarà la loro Itaca: è là che si nasconde l’inseguita felicità?.

La capitale emancipata a glaciale, così distante dalla Martina Franca da dove i protagonisti partono, ma non solo fisicamente, perché non bastano i chilometri di distanza se non sei convinto di andare e di cambiare. Vale per Francesco e Claudia, ma vale per chiunque.

Specie per l’autore, perché, siccome ogni scrittore parla sempre di se stesso (nonostante la chiosa, inevitabile, dell’“ogni riferimento ..è da ritenersi casuale”) Desiati non fugge dalla sua biografia. Anzi, la esplora fin dentro i più intimi rimpianti. Entra nel suo passato, nei suoi intralci, i dubbi e le passioni, le cattiverie e gli inganni, per raccontarci come e dove ha trovato la risposta all’annoso problema del “Chi sono io?”.

Socchiudendo appena gli occhi ci sembra di vederlo, muoversi tra ognuna delle pagine, con la sua gentilezza, decisamente meridionale, prenderci per mano e accompagnarci in questo viaggio da spatriato.

Individuo, leggo dalla definizione “Ramingo, senza meta… anche balordo, irrisolto, allontanato, disperso, incerto…”.

Ovvero, ciò che, in fondo, siamo un po’ tutti.

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