L’ARCHRITICO L’aria buona non basta

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C’è stato un tempo in cui a costringerci alla quarantena non fu un virus, ma un batterio.

Una serie di micro batteri per essere più precisi, causa della tubercolosi.

Era il principio del XX secolo quando in Italia, sulla scia di ciò che avveniva già altrove, venne istituito il consorzio provinciale antitubercolare con l’intento di agevolare ogni opera che potesse contenere il diffondersi della malattia.

Allora, esattamente come adesso, in assenza di un vaccino efficace, l’unica arma a disposizione era confinare i malati in luoghi isolati, possibilmente lontani dalle città, tra la natura, per cercare di favorirne la guarigione.

Nacquero così in tutta Italia i sanatori antitubercolari, costruzioni simili ai comuni ospedali ma con una disposizione differente delle camere, con percorsi separati per il personale sanitario. Alla buona architettura fu affidato un compito decisivo per la lotta alla malattia.

E’ di Alvar Aalto il sanatorio più famoso della storia dell’architettura moderna. Lo realizzò a Palmio in Finlandia vincendo, insieme alla moglie Aino, un concorso del 1928. Un progetto minuzioso che prevedeva un nuovo modello sociale al servizio del malato e che Aalto arricchì ulteriormente realizzando anche gli arredi, preferendo il legno all’acciaio, giudicandolo più igienico.

In Italia, è particolarmente celebre il dispensario antitubercolare di Alessandria realizzato da Ignazio Gardella, tra il 1934 e il 1938, che preoccupato dalle valutazioni della commissione edilizia, presentò un progetto con pochissimi dettagli che poi inserì durante il corso dei lavori, rischiandone l’interruzione.

Anche a Salerno venne realizzato un sanatorio antitubercolare. Sorto nel 1938 sul quartiere collinare de “La Mennola” fu opera dell’ingegnere Guidi, allora direttore dell’ufficio tecnico dell’istituto nazionale fascista della previdenza sociale. Per raggiungere l’area, un bosco di circa cinque ettari sulla cima del colle, fu persino necessario costruire un temerario viadotto elicoidale su piloni in cemento armato.

Il sanatorio è probabilmente la prima vera opera razionalista della città di Salerno, certamente quella più compiuta dal punto di vista del linguaggio. Unica concessione allo stile monumentale dell’epoca è il trattamento in prospetto dell’ingresso, tollerabile vista la precisa distribuzione degli spazi interni e il ritmo armonico della facciata principale.

L’attenzione del progetto nei confronti dell’esposizione e quindi della luce ingrediente è sorprendente. L’effetto è ancora oggi apprezzabile e rappresenta un chiaro esempio per chiunque si trovi a dover progettare un ospedale.

Tuttavia questa grande attenzione progettuale non fu sufficiente, circa la metà dei ricoverati nei sanatori antitubercolari, periva.

Oggi i sanatori antitubercolari sono stati riconvertiti, nella maggior parte dei casi, in strutture sanitarie, a Salerno così come ad Alessandria. Quel tipo di pianificazione continua a funzionare al servizio di nuovi malati.

Spiace ricordare che ogni anno, nel mondo si ammalano di tubercolosi ancora dieci milioni di persone, con un tasso di mortalità del 16%. Numeri, ahimè, molto superiori a quello del Coronavirus.

Evidentemente né la buona architettura né l’aria buona bastano a guarirci.

(E’ notizia di questa mattina che l’ex sanatorio di Salerno, oggi detto ospedale “Da Procida”, verrà utilizzato per il ricovero dei malati di Coronavirus. La buona architettura dunque magari non basta, ma serve) 

Christian De Iuliis

@chrideiuliis – christiandeiuliis.it

(foto storiche tratte dal sito salernonews24 per concessione dell’ E.B.A.D. – Eboli Archivio Digitale)

 

 

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