scritto da Christian De Iuliis - 19 Febbraio 2023 18:51

L’ARCHRITICO Buon compleanno Troisi

Ma oggi non ci sarà nessuna festa di compleanno, perché, nella realtà, Troisi non sarà mai anziano. Troisi rimane nella memoria collettiva un

Oggi, 19 febbraio 2023, Massimo Troisi avrebbe compiuto settant’anni.

Sarebbe, dunque, almeno dal punto di vista strettamente anagrafico, un anziano attore, regista, sceneggiatore, probabilmente scrittore, certamente poeta. Con i capelli (quelli rimasti) bianchi, gli occhiali per la presbiopia, le rughe intorno agli occhi, l’andatura caracollante e il sorriso affabile.

Ma oggi non ci sarà nessuna festa di compleanno, perché, nella realtà, Troisi non sarà mai anziano.

Troisi rimane nella memoria collettiva un attore quarantenne, protagonista di dieci film, sette dei quali girati anche da regista, scomparso improvvisamente, durante il sonno, il 4 giugno del 1994.

Trent’anni non sono stati sufficienti (e non lo saranno nemmeno quaranta o cinquanta) a diluire dai nostri ricordi, il suo volto, le battute, la filosofia, la sua malinconia.

Il giorno che il suo cuore si fermò, un sabato tiepido di primavera, la notizia ci colse di sorpresa. Comparve nel pomeriggio lampeggiando sul televideo, solo i telegiornali della sera, confermandola, ci levarono dall’incredulità. Anche se i quotidiani del giorno dopo aprirono col suo viso in prima pagina, non cogliemmo, forse, immediatamente, la perdita che il cinema, la società, la cultura italiana aveva irrimediabilmente subito.

Da allora nessun comico, attore, personaggio del cinema o dello spettacolo, ha mai più ripercorso le orme di Troisi. Nonostante i paragoni, del tutto peregrini, nessuno si è più nemmeno lontanamente avvicinato al suo estro. Anzi, ogni tentativo di imitazione, di rifargli il verso o di iscriversi alla lista degli eredi, è fallito piuttosto miseramente.

Anche perché non è più tornato l’humus culturale nel quale crebbe Troisi, la tensione ideale dell’Italia degli anni settanta, coniugata nel clima di fermento ed eccitazione della Napoli pre e post terremoto, dal quale emersero anche Pino Daniele, Edoardo Bennato, De Crescenzo, La Capria, Rea, Ortese e ci fermiamo qui.

Fu quello, per il cinema italiano, un periodo d’oro, rivalutato da giovani autori completamente alternativi : non solo Troisi, ma anche Benigni, Verdone, Nuti, Nichetti.

Troisi ebbe innanzitutto il merito di cambiare registro all’immagine di Napoli. Ripiegandola sulla sua timidezza, sul suo talento, sui suoi sentimenti.

In una città assediata da disoccupati, malavita e puntellature di edifici, mise in scena l’orgoglio del giovane che non chiede commiserazione ma rispetto. Che non emigra, ma viaggia. Che si distingue non in folklore ma in purezza. Di quella città Troisi non fu mai vittima, né si propose come paladino. Casomai fu l’antieroe, il ribelle che se ne affranca, abituato al peggio ma propenso verso la migliore parte. Era questa la Napoli del futuro che, nonostante quel tragico presente, Troisi immaginava per sé e per tutti gli altri.

Una città senza stereotipi, senza pizza e mandolino, senza o’sole (anzi, nella scena cult di “Scusate il ritardo” piove a dirotto), senza pini sulla collina di Posillipo, senza “vasci”. Una città che neppure oggi è compiuta.

Napoli non gli fu mai strumentale, mai utilizzata come artificio, casomai fu un lusso, ma sullo sfondo. Persino il dialetto, con Troisi, divenne un nuovo esperanto, nessuno si sognò mai di sottotitolarlo.

Troisi, miscelò Totò ed Eduardo, fu il principe De Curtis senza macchiette e De Filippo senza retorica. Nel suo tempo riuscì ad essere più moderno di ognuno dei suoi maestri.

Fuoriclasse. Fu Maradona senza bisogno di avversari. Simbolo e apice della città, più dei grattacieli allora in costruzione al Centro direzionale.

Dei sette film scritti, girati e interpretati da Troisi, nessuno fu impeccabile.

“Ricomincio da tre”, il suo film d’esordio del 1981, è cinematograficamente banale, tuttavia è un gioiellino di essenzialità; con pochi movimenti di macchina ed una storia senza nessun intreccio, ma di incredibile efficacia. Il successo fu enorme: costato qualche centinaio di milioni di lire, incassò 15 miliardi, rimanendo nelle sale 45 settimane, record tuttora imbattuto.

Fu subito chiaro quanto l’arte del cinema gli appartenesse.

Così, mentre migliorava la tecnica, Troisi abbandonò il gesto comico per assecondare l’espressione del suo pensiero.

All’amore, ai suoi misteri, agli inganni e alle sofferenze che si porta appresso, dedicò tutti i film successivi. Su tutte le sue coniugazioni e dilemmi provò ad interrogarsi, senza la pretesa di dare mai risposte definitive.

Un uomo e una donna sono le persone meno adatte per sposarsi” fa dire al protagonista di “Pensavo fosse amore invece era un calesse”, come battuta finale del film, ai non-più sposi che, invece, che in chiesa si ritrovano in un bar.

Nell’ultimo suo film, “Il postino” si lasciò dirigere da Michael Radford. Stanco e malato di cuore, decise di terminare il film prima di partire per Houston dove si sarebbe sottoposto ad un trapianto di cuore. Non fu quello il miglior Troisi, troppo intimo Neruda, troppo largo il campo delle metafore. Forse persino troppo breve il tempo delle riprese.

Il suo film più bello, a mio parere, resta quello che Scola modellò su di lui e Marcello Mastroianni, “Che ora è”, che valse ad entrambi, in coppia, la coppa Volpi al festival del cinema di Venezia nel 1989; tuttavia ogni film di Troisi è memorabile, anche le sue comparse in altre pellicole come quella in “No, grazie il caffè mi rende nervoso” o le sue apparizioni televisive, rare e mai scontate.

Il senso del dramma, retrocesso (o elevato) a farsa, l’amarezza, l’ironia a tratti surreale, che si portava appresso fece persino della sua morte un atto teatrale d’avanguardia. Un’«Annunciazione» de “La smorfia” al contrario. Come se, tirato il sipario, Troisi si fosse nascosto dietro le quinte, in attesa di ripiombare fuori.

E noi, generazione dai miti infranti, che pure, solo un mese prima, avevamo assistito in diretta allo schianto di Ayrton Senna e, dieci anni dopo, avremmo intravisto Pantani uscire cadavere da un motel, a quella scomparsa non ci siamo mai abituati.

Quanti altri film avrebbe potuto girare in questi trent’anni? E’ la domanda che periodicamente ci facciamo. Quante altre volte avremmo riso e pianto con lui. Quanti altri premi avrebbe vinto, scene indimenticabili scolpito nel cinema, ricordi nella nostra memoria.

Sono rimpianti che ci porteremo dentro per sempre.

Ecco perché oggi non ci sarà nessuna festa di compleanno.

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Nasce, vive, vegeta in costa d’Amalfi. Manifesta l’intenzione di voler fare l’architetto, nel 1984, in un tema di quarta elementare, raggiunge l’obiettivo nel 2001. Nel 2008 si auto-elegge Assessore al Nulla. Nel 2009 fonda il movimento artistico-culturale de “Lo Spiaggismo”. Avanguardia del XXI^ secolo che vanta già diversi tentativi di imitazione. All’attivo ha quattro mezze maratone corse e due libri pubblicati: “L’Architemario – volevo fare l’astronauta” (Overview editore – 2014) e “Vamos a la playa – Fenomenologia del Righeira moderno” (Homo Scrivens – 2016). Ha ricevuto premi in diversi concorsi letterari. Si definisce architetto-scrittore o scrittore-architetto. Dipende da dove si trova e da chi glielo chiede.

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