INTERVISTA SULLA CITTA’ Maria Di Serio: “Ridefinire la nostra identità e vocazione, avviando un cammino di innovazione”

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Quest’oggi nel suo viaggio fatto di interviste che vedono come protagonista la città metelliana, Ulisse incontra una donna, una cavese, che ha saputo sempre coniugare, anche fuori dalle mura cittadine, politica e cultura. Archeologa, formatrice, attualmente insegna italiano e latino al liceo Galizia di Nocera Inferiore, Maria Di Serio ha rivestito ruoli politici e sindacali locali e nazionali: con i Verdi tra gli anni ’80 e ’90, entrata poi in CGIL nella categoria dei lavoratori atipici (interinali, partite I.V.A., co.co.co.), il NIDIL CGIL, della quale è stata segretaria generale provinciale è segretaria d’organizzazione nazionale. Prima donna a ricoprire il ruolo di segretario generale della Camera del Lavoro della CGIL di Salerno. Attualmente nella segreteria regionale di Art.1 MDP. È stata attiva tra la fine degli anni ’80 e gli anni ’90 nel mondo del volontariato sociale ed ambientalista.

Quali sono a suo avviso i punti di forza della città?

Cava è una città poliedrica, in una posizione di cerniera tra Costiera, Agro e città di Salerno.

Nel contempo ha una solida tradizione culturale e di specifiche attività artigianali.

E i punti deboli?

L’incoerenza della classe politica che non riesce a creare una sintesi tra i vari aspetti positivi della città, incoerenza che impedisce anche alle menti più illuminate dell’imprenditoria e della cultura di operare al di là del proprio ambito di attività.

Dall’altra, un’organizzazione settaria e familistica di alcune parti della società cavese non favorisce un dialogo ampio e aperto alla città.

In prospettiva cosa serve alla città per crescere?

Un terreno di sintesi per ridefinire l’identità della città. Una città necessariamente aperta, che sappia ridefinire la propria vocazione, ritrovando le radici nel passato, e abbracci il convincimento per seguire un cammino di innovazione; non solo per alti standard in opifici cavesi, ma anche per costruire, con uno sguardo verso il futuro, la nuova funzione della città in un contesto territoriale da riorganizzare. Solo questo può dare una scossa a Cava.

Una cosa che su tutto lei ritiene sia per la città una piaga da curare, un male da debellare?

L’isolazionismo. Non siamo autarchici, abbiamo bisogno di maggiori connessioni e contaminazioni, in un rapporto osmotico col territorio intorno.

Guardando oggi la città, cosa vorrebbe che tornasse dal passato?

Una maggiore dialettica politica, di qualità, con la presenza di uomini di cultura che non si sentivano estranei alla vita politica ed amministrativa della città. E l’abilità del commercio, che ha caratterizzato le origini della città, anche con scelte pratiche e uniche come la costruzione del borgo porticato.

E del presente cosa salverebbe?

Una capacità critica che da sempre caratterizza i cavesi. Che però oggi si spreca nel pettegolezzo invece che metterla al servizio degli interessi comuni.

Cosa invece butterebbe del passato e anche del presente?

Come ho già detto prima, il settarismo ed il familismo di gran parte della classe politica e di certa borghesia.

Ad un politico che si accingesse a governare Cava lei quale consiglio, suggerimento, indicazione darebbe?

Di ascoltare i bisogni della città, di non diventare schiavo di dinamiche perverse proprie delle fazioni che cercano di governare Cava. Abbiamo avuto e abbiamo consiglieri comunali che, ad ogni tornata elettorale, mettono sul tavolo il proprio pacchetto di voti e aspettano la migliore offerta.

E agli attuali amministratori comunali quale consiglio, suggerimento, indicazione si sentirebbe di dare?

Di avere maggiore coraggio. Abbiamo un’amministrazione di persone oneste e perbene, osino un poco in più per sgretolare le accuse di inoperosità che vengono loro mosse.

In una stagione politica senza partiti ideologici, ha ancora senso dirsi di destra, di centro o di sinistra? Se sì, cosa significa per lei essere di sinistra, di centro e di destra?

La storia insegna che la conduzione di uno stato è figlia di idee e programmi e che c’è differenza tra uno stato che applica una dottrina liberista e volta alle privatizzazioni, e la scelta di uno stato più attento ai bisogni dei cittadini, specie quelli più deboli.

Prendiamo la Sanità: la progressiva privatizzazione, al contrario di quanto propagandato per motivarla, non ha affatto diminuito a spesa pubblica del settore, ma ha semplicemente causato l’impossibili di pensionati e cittadini dai redditi bassi, di accedere alle prestazioni e di curarsi.

In un’epoca come questa in politica contano più gli uomini o i programmi e le idee?

Programmi e idee sono fondamentali: hanno bisogno di gambe su cui muoversi, vero. Ma immaginate uomini senza programmi ed idee: possono sviluppare slogan e teatrini, alzare la voce, ma prima o poi vanno a sbattere. La speranza è che non travolgano gli altri.

Senza idee, non si va da nessuna parte.

Un’ultima domanda. Per definire Cava quali sono l’aggettivo qualificativo e/o il sostantivo che utilizzerebbe? E perché?

Potrebbe sembrare banale, o quasi scontato, ma la definerei nobile. Sì, Cava la nobile, immaginandola quasi sacra custode di storia e tradizioni. D’altra parte questa è stata la definizione del progetto delle scuole che hanno, negli anni scorsi, adottato un monumento. Un pezzo di storia che gli alunni hanno conosciuto e fatto conoscere, riproponendo la necessità di conoscere il passato per vivere con maggiore consapevolezza il presente e guardare così con idee salde il futuro. Un’esperienza che a chi, come me, ci ha lavorato, ha dato entusiasmo, contagiato dalla forza vitale delle alunne e  degli alunni che ci hanno lavorato.

L’augurio è che quella nobiltà pervada il nuovo fare di una città che si rimette in moto. (foto Vincenzo Giaccoli)

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