A colloquio con il professor Giulio Tarro: “I baroni di un tempo sono diventati principi”

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Avere l’opportunità di essere a colloquio con il professor Giulio Filippo Tarro è uno di quei privilegi che accadono poche volte nella vita di una persona. Non capita tutti i giorni, infatti, di trovarti di fronte a un candidato Nobel che ha dato un contributo fondamentale alla storia della medicina. Elencare il suo lungo e prestigioso curriculum sarebbe estremamente arduo, perché anche solo a una prima lettura appare fuori dal comune: una vita ricca di successi e riconoscimenti, di scoperte, di conferenze. Quello che emerge subito con prepotenza, sin dalle prime battute scambiate col Professor Tarro è la sua umiltà di uomo che si è messo al servizio della scienza e dell’umanità. Ecco qualche breve informazione su chi sia Tarro, prima di cominciare la nostra chiacchierata.

E’ stato docente di virologia all’Università di Napoli; primario emerito del “Cotugno” ed è Presidente della fondazione Onlus “Teresa & Luigi de Beaumont Bonelli” per le ricerche sul cancro, sul quale ha fatto scoperte importantissime.
Tra gli studi ricordiamo “l’associazione degli Herpesvirus con alcuni tumori dell’uomo”. Nel ’79 ha isolato il virus respiratorio sinciziale nei bambini affetti durante l’epidemia del “male oscuro” di Napoli. Queste alcune delle scoperte, le quali anche se sensazionali, mai gli hanno assicurato, fino ad ora, il Premio Nobel, sfiorato nel 2000. Sono decenni che a Stoccolma si sussurra il suo nome e probabilmente presto il mondo della medicina renderà onore a questo “figlio emerito” della Campania Felix.

 

Professore, pur tra tante difficoltà, non mancano nel nostro paese eccellenti risultati nel campo della ricerca medica italiana. Facciamo un po’ il punto della situazione: qual è l’effettivo stato delle cose?

tarroPartiamo dall’assunto che vi è un handicap di base, giacché di quei pochi fondi che sono stanziati per la ricerca circa il 93% viene dirottato al Nord, per cui i migliori giovani del Meridione sono costretti a spostarsi prima nel nord Italia, e di qui poi all’estero. Nel 1973 rientrai dagli USA, dopo aver fatto  l’ultima esperienza nel centro di Fort Detrick per la ricerca nel campo della guerra biologica, che fu poi trasformato da Nixon in un centro per la ricerca sul cancro, il “Frederick Cancer Research”.  Qui il professor Albert Sabin (medico virologo famoso per aver sviluppato il più diffuso vaccino contro la poliomielite n.dr.) mi diede la possibilità di tornare in Italia e io accettai. Pensavo, infatti, che se qui il problema fosse il reperimento dei fondi, avendo io la possibilità di finanziamenti diretti del governo americano, avrei potuto risolvere l’empasse con il mio rientro in patria. Le cose però non furono facili come pensavo.  In sostanza persi due anni semplicemente per trovare un posto dove lavorare, quando poi vennero i “controllori” americani al vecchio Policlinico dove mi ero stabilizzato, indicarono che la struttura era fatiscente e non potevano fornire un finanziamento affinché fosse utilizzato in quei laboratori. Andai alla ricerca di strutture adeguate e mi diressi a visitare il nuovo ospedale Cotugno, che era stato ricostruito ai Camaldoli. Lì ebbi il permesso di poter utilizzare il nuovo reparto di virologia. Ebbi la fortuna, tramite aziende americane, di riuscire ad ottenere per l’occasione un finanziamento della Cassa del Mezzogiorno per l’acquisto di alcune indispensabili apparecchiature che mi necessitavano per lavorare: la camera fredda, la camera calda, l’ultracentrifuga e un incubatore. E finalmente potei iniziare, anche se un po’ in ritardo. Ottenni buoni risultati grazie alla collaborazione di giovani ricercatori, tant’è che il professor Sabin, che lavorava nel massimo organismo di ricerca a livello mondiale, tornando all’istituto Frederick, volle che io ripetessi l’esperienza fatta a Napoli. Il 5 dicembre del 1972 durante una teleconferenza tra medici che discutevano di nuove ricerche oncologiche, Sabin mi menzionò  per la bontà del mio lavoro. I telefoni di casa s’intasarono tante furono le chiamate che ricevetti. Il giorno dopo, come sempre andai al vecchio Policlinico per poi spostarmi verso il Cotugno; ero già incaricato della prima cattedra di chirurgia oncologica italiana, ed ebbi la sensazione di sentirmi buttato in prima pagina a livello internazionale, in più  non venivo salutato dai colleghi, quasi che fosse un fatto di cronaca nera. Ho fatto questo ampio excursus perché prima di andare poi a febbraio negli USA, tenni una conferenza sulla ricerca italiana alla quale vennero tutti i “baroni”. Durante la riunione fui molto duro nei toni che usai,  puntualizzai che in Italia c’era il problema della ricerca ed io ne ero l’esempio lampante: venuto con finanziamenti dall’estero, ho dovuto perdere un sacco di tempo con la burocrazia, la disorganizzazione, la non meritocrazia e la gerontocrazia. Non mi feci alcun problema a dirlo chiaramente. Il giorno dopo tutti i giornali nazionali riportavano la notizia e ci furono anche interventi in Parlamento al riguardo. Ritornato in America, insieme ai miei colleghi riuscimmo a ripetere le ricerche effettuate a Napoli e ne demmo poi la comunicazione alla National Academy of Sciences (NAS).

Che cosa è cambiato da allora in termini di merittarro 1ocrazia e gerontocrazia?

Assolutamente nulla: i baroni di un tempo sono diventati principi e a loro volta hanno eletto dei baronetti tramite la pratica del nepotismo; non essendo arrivati alle proprie posizioni per merito, si è andato a deteriorare tutto. Io stesso ancora oggi suggerisco vivamente a un giovane medico di andare all’estero per imparare le metodiche per poi avere la fortuna di poterle riportare in Italia e trovare gli strumenti adatti e i progetti per proseguire nella ricerca. La grande differenza tra noi e l’estero è un pesante difetto di organizzazione, tranne qualche centro particolare come l’Istituto Europeo di Oncologia di Milano.

Una curiosità, tornando un attimo indietro nel tempo: quando nel ’73 a Napoli scoppiò l’epidemia del colera, era lei Professore che dalla tv rispondeva con dovizia di particolari alle interviste sul fenomeno?

Sì, ero io. Mi trovavo all’epoca negli Stati Uniti ad un meeting sul rapporto tra Herpesvirus e tumori e ricordo  che  mentre ero alla libreria Rizzoli nella Fifth Avenue a New York  lessi sul Corriere della Sera: “Il colera a Napoli”. Ho subito anticipato il rientro in Italia. Diedi un grosso contributo a isolare il vibrione.

Lei ha seguito negli ultimi cinquant’anni la ricerca sul cancro ottenendo grandi risultati. Quando il nome di questo male diverrà solo un segno zodiacale?

Circa vent’anni fa si è cominciato a proporre la necessità di tre tipi di prevenzione dalla malattia:la prevenzione primaria, la secondaria ossia fare diagnosi precoce e la terziaria, i cosiddetti follow up. Queste sono le basi. Nel frattempo ci sono state nuove scoperte e applicazioni. Insieme alla chemioterapia, chirurgia, radioterapia abbiamo parlato anche d’immunoterapia, per battagliare contro il cancro. La vita si è allungata per cui si va maggiormente incontro alle trasformazioni e aumenta di conseguenza la possibilità di contrarre la malattia, soprattutto col passare dell’età quando diminuisce la sorveglianza immunologica. Oggi però è possibile eseguire una migliore diagnosi precoce e interventi terapeutici insieme agli altri farmaci che cercano di ridurre gli effetti collaterali.

Sta dicendo che tutto sommato sitarro 2amo a buon punto?

Sicuramente. La mortalità sta diminuendo.

Apriamo il capitolo sui vaccini. Quanto incide, innanzi tutto, l’influenza e soprattutto gli interessi delle lobby delle aziende farmaceutiche? Insomma, vaccini sì o vaccini no?

Si è soliti dire che il vaccino è una delle scoperte più importanti dopo l’acqua potabile e uno dei migliori casi di eradicazione di malattie, come ad esempio il vaiolo. Ma non bisogna dimenticare che il vaccino è un farmaco e come tale può avere degli effetti collaterali. Non deve passare il messaggio che non ci possano essere dei problemi con la somministrazione delle vaccinazioni. Lo stesso vaccino orale Sabin contro la poliomielite che è stato rivoluzionario per l’eradicazione della polio in Africa, Sud America e altre parti del mondo più disagiate, può dare un caso di paralisi su due milioni e quattrocentomila dosi. Non si può negare questa statistica, ma far passare in secondo piano la portata rivoluzionaria dei vaccini è un’operazione pericolosa.

tarro 3 Pensiamo all’Italia, per essere più chiari, dove il vaccino per l’epatite B è stato reso obbligatorio dal 1990  per i neonati e per i bambini sotto i 12 anni d’età; nel nostro Paese, soprattutto nella parte centro-meridionale eravamo plagiati dall’epatite B che, non dobbiamo dimenticare, è un virus precorritore del tumore al fegato. In maniera retrospettiva questo tipo di vaccinazione oggi ha ridotto questa tipologia tumorale. Il 7 ottobre del ’91 il professor Sabin, mio ospite, tenne una conferenza al Cotugno alla presenza delle più importanti autorità mediche e politiche, durante la quale fece una filippica contro la decisione di rendere obbligatoria soltanto la vaccinazione contro l’epatite e non quella contro il morbillo. Aveva ragione. Il morbillo tuttora reca come effetto collaterale un caso di polmonite su venti, un caso di encefalite su duemila e un caso di mortalità su tremila. Alla fine del ’98 un medico inglese pubblicò dei lavori, che poi si scoprì essere falsi, in cui era evidenziato il rapporto tra il vaccino per il morbillo e l’autismo. Sono occorsi anni per smontare questa falsa tesi e mostrare che alla base di essa vi erano ben altri interessi! La tendenza a fare certe associazioni, che ancora oggi non sono state provate, tuttora è forte. L’aprile dello scorso anno, il lavoro di un gruppo di studiosi molto valido sul Journal of the American Medical Association (JAMA) ha mostrato i risultati: su novantacinquemila casi di bambini secondogeniti nelle cui famiglie vi era un caso di autismo ha rilevato l’assoluta mancanza di correlazione tra vaccinazione e autismo.

Per quanto riguarda la meningite, qual è invece la situazione?

C’è tutta una serie di vaccinazioni per la meningite, soprattutto per il meningococco. Esistono vari ceppi di meningite, di cui alcuni possono essere prevenuti coi vaccini, che sicuramente non saranno la copertura ottimale ma interrompono la possibilità di andare incontro a delle conseguenze gravi. Teniamo sempre presente che ci sono i portatori sani della malattia; senza arrivare agli antibiotici, bastava dare sulfamidico al portatore sano perché arrivasse alla sterilizzazione del suo cavo orale. Questo prima della prima guerra mondiale, poi con la scoperta della penicillina si supplì a questa tecnica.  Certo, non si può utilizzare sempre questo aspetto terapeutico di profilassi quando c’è un caso. Per fare prevenzione bisogna vaccinare.

TARRO 4Parliamo della Fondazione di cui Lei è presidente a vita, la “Fondazione Teresa & Luigi De Beaumont Bonelli”. Qual è la sua mission?

La fondazione è nata ufficialmente il 3 gennaio del 1978 con l’elezione in ente morale da parte dell’allora Presidente della Repubblica, Giovanni Leone . Ma tutto il progetto vide la luce già ad aprile del 1975, alla morte della Marchesa Teresa Berger de Beaumont Bonelli che aveva istituito erede del suo patrimonio la costituenda Fondazione. Io, in precedenza, rifiutai di esserne l’erede. La Marchesa mi chiamò tempo addietro per propormelo. ma io non accettai e le proposi di creare la fondazione. Il patrimonio era ingentissimo e occorsero tre anni per esplicare tutto l’iter legale. La mission è specificata nell’intestazione: la ricerca per la lotta contro cancro e tumori.

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