Verso il voto, svolta o ritorno al traccheggio?

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foto tratta dal profilo Fb della Camera dei Deputati

Con la presentazione al Ministero dell’Interno dei simboli di partiti e movimenti si compie il primo atto per l’investitura del Parlamento che dovrà dare vita alla nuova legislatura: sarà di svolta o di traccheggio?

Il suo futuro è negli umori, pensieri e volontà degli elettori, imperscrutabili al di là delle intenzioni testate dai sondaggi. Dai linguaggi che traspaiono dai media si ha l’impressione di un neo radicalismo fondato su paure e delegittimazioni che non favoriscono lealtà politica e condizionano la serenità di scelta da parte degli elettori.

La loro risposta può essere di rigetto e nausea, origine dell’astensionismo, o di rabbia e protesta: fonte di populismo e qualunquismo, in sintonia con gli esiti usciti dalle urne dell’ultime consultazioni politiche (2013/2018), le quali hanno dato vita a due legislature cariche di fibrillazioni e di traccheggi parlamentari, fonti di instabilità  di Governo.

L’elemento nuovo, dopo la tormentata interruzione dell’esperienza del Governo condotto da Mario Draghi, è l’insorgenza di una sorta di frontismo del tipo amico/nemico, buono/cattivo a scapito della dialettica del confronto, come si addice nelle democrazie liberali.

Per la prima volta, dal 1994, il centrodestra si presenta non più a trazione FI di Silvio Berlusconi, ma con i venti favorevoli a FdI di Giorgia Meloni. Mentre il tradizionale campo alternativo di centrosinistra a guida di Enrico Letta soffre nell’aggregare forze omogenee per comunanza di interessi e radici sociali e di cultura politica.

Il punto di scontro che sta dominando il dibattito, a prescindere dalle opzioni delle cose da fare, sono le credenziali di Giorgia Meloni per un sua eventuale investitura per la successione a Mario Draghi a Palazzo Chigi.

Da qui segue la sequenza di analisi sul suo dna, più o meno contaminato da eredità fasciste, compresa la richiesta di rimozione della fiamma tricolore che ha tutta un’altra storia di settant’anni di fedeltà e leale servizio alle istituzioni della Repubblica.

Ed è soprattutto la sua offerta politica fondata sulla riforma della Costituzione concernente il passaggio della forma di Repubblica da parlamentare in presidenziale con l’elezione del Capo dello Stato a suffragio universale e diretto sul modello adottato e democraticamente funzionante in Francia dal 1958.

Gli si attribuiscono rischi di possibili derive autoritarie: opinione rispettabile, ma non se ne comprende l’eziologia, stante il pluralismo di poteri centrali, locali e di giurisdizioni in cui si articola la cultura politica materiale e l’ordinamento delle istituzioni del nostro Paese.

Si capisce, viceversa, la riesumazione della dottrina del cosiddetto “arco costituzionale”, di demitiana  memoria, in base al quale nella prima Repubblica della partitocrazia, andata in crisi nel 1993, alcuni partiti erano abilitati per governare e per consociazioni parlamentari ed altri ne erano esclusi a prescindere dei consensi loro accordati dal corpo elettorale.

Sarebbe una svolta storica se su questa prassi venisse fatta luce a proposito del dna delle oligarchie di potere, interne ed esterne alla politica al fine di riscattarne la dignità della “toga dall’umiliazione delle altre toghe che se la sono messa sotto i piedi”.

Una necessità esternata da Gianfranco Rotondi, democristiano di lungo corso, non di destra ma aderente al centrodestra, a proposito della legittimità delle aspirazioni di Governo da parte di chi ha consenso elettorale rispetto ai preferiti per giochi e traccheggi parlamentari.

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