scritto da Gildo De Stefano - 31 Gennaio 2024 16:06

Quando la cultura è “cornuta e mazziata”

Ci si chiede da sempre perché il settore culturale italiano non genera ricchezza come dovrebbe. La risposta è da ricercare in politiche e nomine che nascono dalla mancanza di adeguate considerazioni

Come scrittore sono alquanto amareggiato e, ancor più, preoccupato per come la cultura in genere raramente assurge, come si dice, agli onori della cronaca.

E men che mai dalle parti nostre, in un periodo come quello attuale in cui la nostra regione è alle prese con endemici problemi di sopravvivenza: sopravvivenza al degrado civile, alla criminalità diffusa, alle finanze sempre più magre e perfino alla speranza di una possibile sia pur remota ripresa. Di conseguenza è passato sotto silenzio anche la recente Manovra 2023 in cui si evince che l’Italia non scommette sulla cultura, con fondi che restano invariati, con un decremento per il triennio 2023-2025 dello 0,1% sulla spesa complessiva, cioè 58,6 milioni, e un aumento delle risorse per la prelazione su beni culturali. Gli Esteri sulla Diplomazia culturale mette 178,93 milioni. Quindi nulla di esaltante relativo alla fruizione e valorizzazione per così dire delle cose dell’arte.

Ci si chiede da sempre perché il settore culturale italiano non genera ricchezza come dovrebbe. La risposta è da ricercare in politiche e nomine che nascono dalla mancanza di adeguate considerazioni. Basti vedere che uno dei segmenti culturali endemicamente in affanno rimane l’editoria e, come osservatore, credo che il problema italiano risieda non nell’inefficienza bensì nell’indifferenza.

II risultato complessivo vede il nostro paese relegato agli ultimi posti nella classifica internazionale. Fa dunque sicuramente sensazione in un contesto simile notare che la cultura occupi talvolta la prima pagina e diventi argomento di informazione e approfondimento a tutto campo. Ma questo avviene, ahimé, per ragioni non proprio specifiche o diremmo interne alla sua dialettica professionale, ma perche s’inserisce anch’esssa in quel quadro di declino e desolazione appena ricordato.

Diversi episodi accaduti nel recente passato lo testimoniano. In primo luogo si è parlato in passato di malaffare per iniziative che hanno coinvolto l’Ente regione e le sue attività promozionali a favore dell’arte negli Stati Uniti. II che significa poi, se non capiamo male, che anche con l’arte si fa per così dire il gioco delle tre carte, si trucca, si bara, si procede in modo illecito: è la solita questione che attiene ad appalti taroccati o mai fatti, a tangenti erogate o promesse, a illegalità diffuse,ecc.

Ma non si tratta solo di questo caso specifico né francamente mi interessa entrare in questioni “giudiziarie” che sono di altrui competenza, anche perché la sede della Regione Campania a New York è stata chiusa da tempo, pare perché troppo onerosa.

Segnalo viceversa con amarezza come proprio la “cenerentola” di tutte le questioni finisca sotto i riflettori per una peculiarità non propriamente sua, non afferente cioè ai suoi esiti legittimi ma entra in gioco per così dire dalla finestra disagevole e disonorevole dell’imbroglio. Il solo fatto di dubitare che la cultura sia “truccata” suscita un sentimento di sgomento e apprensione. Anche perché per troppo tempo ci hanno voluto far credere che le istituzioni tenevano a cuore i destini della cultura e che la nostra “piazza” era all’avanguardia in tutti i sensi per le competizioni artistiche.

Ora invece forse in virtù dello strisciante (ma non tanto) “spoil system” che interessa anche la creatività artistica e le scelte istituzionali, la questione dell’egemonia culturale tra destra e sinistra rappresenta l’ennesima ventata di fumo negli occhi per occultare una questione più seria e annosa: la mancanza di idee, di progettualità, di investimenti in cui i governi di ogni ordine e grado si sono distinti negli ultimi anni e che quest’ultimo sta portando all’eccellenza, col conseguente pericolo che l’Italia diventi una provincia delle arti, una presenza culturale di terz’ordine.

Lo stupore è d’obbligo se non altro perché per anni ci avevano illuso con dati e cifre che oggi vengono definiti fasulli, quali il successo della promozione della nostra regione all’estero, il gradimento dei turisti di tutto il mondo per Pompei e la conseguente opera di salvaguardia del sito, la validità delle contaminazioni artistiche in luoghi di grande interesse storico-archeologico, e via di questo passo. Constatiamo semmai dolorosamente che le cifre di cui dobbiamo occuparci ora sono di ben altra natura!

Ma la sorpresa non risiede soltanto in questo. Fa sensazione – anche perché ha il sapore della beffa – che ci si rivolga alla cultura ogni volta che c’è qualche ostacolo da superare, ovvero risalire la china, come avviene anche in questo periodo in cui si rispolvera il grande patrimonio artistico locale per controbilanciare se non per far dimenticare il degrado diffuso per altri versi ed in altri settori della vita comunitaria. E accade allora che alla cultura tocchi il deprecato destino di vittima sacrificale ovvero di sentirsi in maniera del tutto incolpevole “cornuta e mazziata”, tenuto anche conto delle immarcescibili inadempienze relative alla sua reale fruibilità che si riscontrano stabilmente e che vengono puntualmente allo scoperto in tutte le occasioni in cui occorre predisporre una determinata programmazione.

Il guaio vero alla fine è poi sempre lo stesso: manca una politica culturale vera e seria nel capoluogo come in regione e si continua a procedere navigando a vista e spesso ignorando addirittura la rotta per cui si confezionano operazioni – che magari si scoprono poi anche truffaldine – che con la cultura hanno ben poco da spartire.

Notabili e burocrati che si mettono ad occuparsi di cultura sono una cosa abbastanza faticosa. E sono tanti, perché la cultura, che per noi è la cosa più importante del mondo, per i notabili è dove un notabile trombato viene mandato: non conta niente per loro che vorrebbero invece stare altrove Naturalmente (e fortunatamente) ci sono le eccezioni ma queste ultime sono per così dire funzionali alla regola e la regola è appunto l’assenza di cultura autentica, e pascolo indiscriminato di improvvisazione e talvolta anche, c’è da supporre, di malaffare.

La Partenope che molti sognano e vorrebbero non è più una bella sirena ma una chimera. La capitale indiscussa della cultura, la città, come ripeteva più volte l’ex-Presidente Napolitano, la cui leggenda niente può scalfire, riceve un altro brutto colpo – questo sì è vero e per nulla “leggendario” – che non squarcia davvero il buio della lunga notte nella quale ci siamo incartati.

Saggista e musicologo, è laureato in “Sociologia delle Comunicazioni di Massa”. Tra i suoi libri ricordiamo: Il Canto Nero (Gammalibri, Milano, 1982), Trecento anni di jazz (SugarCo, Milano, 1986), Jazz moderno (Kaos, Milano, 1990), Vesuwiev Jazz (E.S.I., Napoli, 1999), Il popolo del samba (RAI-ERI, Roma, 2005) prefazionato da Chico Buarque de Hollanda, Ragtime, Jazz & dintorni (SugarCo, Milano, 2007), prefazionato da Amiri Baraka (Leroi Jones), Saudade Bossa Nova (Logisma, Firenze, 2017) prefazionato da Gianni Minà, Una storia sociale del jazz (Mimesis Edizioni, Milano 2014), prefazionato da Zygmunt Bauman. Per i “Saggi Marsilio” ha pubblicato l’unica Storia del ragtime edita in Italia e in Europa, in due edizioni (Venezia, 1984 e 1989). Ha scritto tre monografie su: Frank Sinatra (Marsilio, Venezia, 1991) prefazionato da Guido Gerosa, The Voice – Vita e italianità di Frank Sinatra (Coniglio, Roma, 2011) prefazionato da Renzo Arbore, Frank Sinatra, L'italoamericano (LoGisma, Firenze 2021); ed altre su Vinicio Capossela (Lombardi, Milano, 1993), Francesco Guccini (Lombardi, Milano, 1993), Louis Armstrong (E.S.I., Napoli, 1997), un paio di questi con prefazioni di Renzo Arbore. Collabora con la RAI, per la cui struttura radiofonica ha condotto diverse trasmissioni musicali, e per La Storia siamo noi ha contribuito allo special su Louis Armstrong. Tiene periodicamente stage su Civiltà Musicale Afroamericana oltre a collaborare con la Fondazione Treccani per le voci afroamericane. Tra i vari riconoscimenti ha vinto un Premio Nazionale Ministeriale di Giornalismo e quello Internazionale “Campania Felix” per la sua attività di giornalista per la legalità, nonché risultando tra i finalisti del Premio letterario 'Calvino' per l’inedito. Per la narrativa ha pubblicato un romanzo breve per ragazzi dal titolo Easy Street Story, (L’isola dei ragazzi Editore, Napoli 2007), la raccolta di racconti È troppo tardi per scappare (Il Mondo di Suk Editore, Napoli 2013), due edizioni del romanzo epistolare Caro Giancarlo – Epistolario mensile per un amico ammazzato, (Innuendo Edizioni, Terracina 2014, e IOD Edizioni, Napoli 2022), che gli hanno valso il Premio ‘Giancarlo Siani’ 2014, ed il romanzo storico Ballata e morte di un gatto da strada – Vita e morte di Malcolm X (NUA Edizioni, Brescia 2021), prefazionato da Claudio Gorlier, con postfazione di Walter Mauro, e supervisionato da Roberto Giammanco, e Diario di un suonatore guercio (inFuga Edizioni, Anzio 2023). È il direttore artistico del Festival Italiano di Ragtime. Il suo sito è www.gildodestefano.it

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.