L’autunno caldo dopo la “dittatura” della pandemia

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Nulla sarà come prima. Uno slogan carico di interrogativi: strumentale per correggere vecchie abitudini e poco rassicurante per curare le ferite prodotte dal coronavirus.

Non è possibile descrivere in anteprima ciò che appartiene alle novità che ci riserva lo scorrere del tempo. Ma ci sono situazioni di inquietudini che la politica non può continuare a declinare secondo i soliti paradigmi di contrapposizioni destra e sinistra, sovranisti ed europeisti.

L’appello del Capo dello Stato per la ricostituzione di una nuova “comunità morale” del Paese prefigura la riscrittura dell’agenda di tutte le forze politiche e sociali. E’ richiesta una presa di coscienza collettiva che non assegna alcun compito di capoclasse né prevede liste di buoni e cattivi.

Il che non vuol dire annullamento delle differenze che pur ci sono state alla Costituente ed hanno accompagnato la vita della Repubblica anche nei momenti più tragici ed oscuri della sua storia.

La nuova piattaforma di ideali proponibile come dovere morale per ricominciare si caratterizzerebbe con profili di astrattezza se non motivata dalla lettura di un presente nel quale le devastazioni patite riguardano interruzioni di lavoro e di attività vive la cui repentina cessazione declassa ampie fasce sociali e determina povertà, rabbia e diseguaglianze. Sul punto non è infondato il dubbio sulla capacità dei partiti costituiti di interpretare malesseri e bisogni: fino a quando e come?

Non regge sul piano storico il confronto con la situazione del dopoguerra nella quale la conflittualità aveva come orizzonte due modelli di visione del mondo (comunismo o liberal democrazia): condivisibili o meno alimentavano prospettive e davano senso ideale alla lotta politica che, diversamente, dall’attualità scorreva anche su un binario istituzionale condiviso ed appena messo in opera.

Evocarne lo spirito di intraprendenza ha un valore pedagogico ma non sul piano fattuale a fronte di una crisi economica prodotta da un lungo lockdown e di una conflittualità tra chi esercita i poteri centrali dello Stato e le Regioni dai cui Governatori, senza distinzione di appartenenza partitica, si sono sollevate le contestazioni più stridenti verso le direttive del Governo nazionale.

Ed ancora sul piatto delle differenze epocali c’è da mettere in conto il dissenso di Confindustria e delle più vaste rappresentanze del commercio e delle professioni dalle cui mani dovrà partire l’input per riaccendere luci e motori spente e fermati, mentre nel dopoguerra dovevano essere accese e costruiti ex novo.

Le preoccupazioni odierne non riguardano il raggiungimento di mete di benessere ma la l’eventualità di un calo dei livelli già conquistati ed il ridimensionamento dei relativi apparati produttivi e della forza lavoro. Investimenti ed “assistenza produttiva”, con il favore del piano Marshall, sono state le risposte poste in essere nel dopoguerra e non interventi a pioggia destinati ad esaurirsi nonostante l’accensione di sussidi e debiti con i fondi europei. Perciò i paragoni non reggono sul piano della politica economica né per qualità e contemporaneità degli ideali rappresentati ed offerti da quelle forze politiche la cui credibilità oggi è a rischio per carenza di ascolto e supponenza rispetto alle rivendicazione di piazza.

Per tacitare le loro manifestazioni non bastano alate parole calate dall’alto. Anche su temi come la visione dell’Europa, apparentemente astratta nella dimensione di una Nazione unica dei suoi popoli ed oggi scaduta a bancomat, c’era un comune sentire di riscatto dai totalitarismi e l’antifascismo come bandiera politica aveva una identità, quasi carnale, e non era un pretestuoso luogo comune per demonizzare l’avversario di turno, con l’aggiunta di populismo contro chi manifesta fuori dal coro delle élite dei palazzi del potere.

Come dire che allora si costruivano elaborazioni culturali, anche con il concorso delle opposizioni, per l’edificio della democrazia che oggi logorato dal tempo ha bisogno di restauro e non di cerotti. La verifica, se ci sarà, è rimandata a dopo la “dittatura” della pandemia con il consuntivo dei posti di lavoro persi, deficit fatturati ed ipotetica replica del coronavirus in agenda per il prossimo autunno che può rivelarsi anche “caldo”: aggettivo, oggi politicamente scorretto, nella memoria di un altro momento di svolta delle stagioni vissute dall’Italia.

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