Implosione Cinque Stelle

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foto tratta dal sito della Presidenza del Consiglio dei ministri

La frattura del M5S è forse meglio chiamarla implosione dell’ideologia politicamente naïf de “l’uno vale uno”.

Si è “esaurita la forza propulsiva iniziale”.

Lo ha dichiarato al Corriere della Sera Vincenzo Spadafora,  parlamentare di peso dell’universo pentastellato. Ed è stato lo stesso Ministro degli Esteri ad ammettere che “uno non vale uno” perché “l’uno non vale l’altro” nell’annunziare il distacco “sofferto e doloroso” dal Movimento del cui passato non ha rinnegato nulla, ma ne ha riconosciuto gli errori.

Li ha elencati a futura memoria, come una sorta di decalogo di pentimento e di  redenzione: “non ci sarà spazio per i populismi, i sovranismi, gli estremismi, l’odio”.

Sono  quell’insieme di pulsioni in fermento nel Paese reale che ha premiato il linguaggio dell’antipolitica e dell’anti casta praticato dal M5S con un crescendo di consensi, dal test elettorale in Sicilia, nel 2017, alla conquista dei prestigiosi Municipi di Roma e Torino, fino a divenire nel 2018 primo partito d’Italia con il conseguimento della maggioranza relativa in Parlamento.

L’esperienza di Governo nell’interno del Movimento è stata vissuta in maniera esaltante o con travaglio d’identità. Ci sono state dissidenze e processi di adattamento che possono essere valutati, in senso dispregiativo, come attaccamento alle poltrone, o nel senso di una real politik, rivelatasi, però, ondivaga nel dare vita a maggioranze aritmetiche con gli eletti di partiti rivali.

Con il risultato che la strategia dell’uno vale l’altro non sia stata miracolosa per il Movimento che si è dimezzato nelle aspettative di voto nell’arco della legislatura in corso.

Nella sua depressione si può leggere il senso del duello tra l’ex Premier Giuseppe Conte ed il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio che riguarda guida e  posizionamento nel contesto politico istituzionalizzato.

La querelle sul documento relativo al sostegno dell’Ucraina, approvato dai due rami del Parlamento,  è da ritenersi strumentale che non tocca la tenuta del Governo Draghi e non è alla base della scissione, ritenuta dal Presidente della Camera Roberto Fico una operazione di potere.

Evidente riferimento alla questione delle candidature per le prossime politiche. Ma, al di là delle vicende personali degli eletti, la crisi del M5S va vista con attenzione rispetto ad processo di trasformazione o di maturazione, a seconda dei punti vista, di una forza politica che ha raccolto le inquietudini di vaste fasce sociali che attendevano ed attendono risposte dai Palazzi del potere.

La scorciatoia populista non è stata una risposta compatibile con la complessità della democrazia parlamentare, tuttavia resta in agenda il superamento della crisi strutturale del sistema di rappresentanza dei corpi intermedi della politica.

L’onere di offerte credibili va oltre le sorti del M5S.

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