Il virus dei generali e dei soldati

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Per questa terza ondata di Coronavirus il Premier nuovo di zecca ha scelto un generale per coordinare l’emergenza, e come in ogni guerra che si rispetti, nei campi opposti si fronteggiano armate ed eserciti composti da personaggi con diversi ruoli e mansioni.

Ma ci sono soprattutto -come nel caso di Figliuolo- i generali e i soldati, ovvero coloro che sono chiamati a dettare le regole del gioco, a studiare le strategie per la vittoria e dall’altro la massa dei soldati ovvero le truppe aventi il compito di eseguire gli ordini dei comandanti e che sono impegnate in prima linea a contrastare il nemico.

A ben guardare, anche nel caso della pandemia, questo scenario si è evidenziato in modo chiaro. Con la sola differenza, probabilmente, che chi stava dall’altra parte, cioé il nemico da sconfiggere, era nascosto, invisibile e di difficile reperimento.

Tuttavia, lo schema rituale non è mutato. Abbiamo avuto sul campo un comando generale composto da professoroni di alto lignaggio che hanno imperversato impartendo ordini nati da una presunta conoscenza delle attitudini del nemico e perciò da eseguirsi con la massima attenzione e disciplina.

È vero, ci sono anche state le schiere diremmo intermedie, gli attendenti di “lor signori”, ma queste truppe sono apparse più che altro puntuali sentinelle e amplificatori delle disposizioni dei capi.

Dall’altra parte è stato schierato il popolo dei meno fortunati costituito da un esercito di medici, infermieri, operatori sanitari e “affini” (come avrebbe detto il grande Totò), tutti impegnati in prima linea con il compito di fronteggiare il nemico e decisi a non lasciarlo passare “a costo della vita”, cosa che è puntualmente avvenuta. Anche perché gli ordini sono ordini e non si discutono mai.

Ora però piano piano scopriamo che le disposizioni impartite dai generali non erano poi tanto precise, forse perché non avevano bene studiato il campo di battaglia, o anche perché non conoscevano fino in fondo le peculiarità del nemico da affrontare, forse perfino per quell’innato senso di delirio d’onnipotenza che ha storicamente prodotto come sappiamo massacri inenarrabili, fatto sta che i piani di battaglia si sono via via rivelati inattendibili e privi di “vera scienza”.

Viceversa non è stato così per le truppe dei soldati, perché anche se il comando aveva sbagliato la strategia o non aveva suggerito per tempo le mosse giuste, i combattenti in prima linea si sono battuti alla morte e alla fine sono riusciti ad avere la meglio. Ma a che prezzo?

In genere, quando si scopre l’inadeguatezza dei capi, questi vengono rimossi dal comando e sostituiti. In questo caso probabilmente non avverrà così ma sarebbe almeno giusto chiedere di fare in po’ silenzio e non spargere più proclami e sentenze. Anche perché sono i soldati a fare e a vincere (o perdere) la guerra.

Viene in mente uno straordinario film di Mario Monicelli, “La grande Guerra”, laddove una coppia di “lavativi” interpretati da Alberto Sordi e Vittorio Gassman, criticati da tutti per essere degli scansafatiche riluttanti a svolgere le mansioni loro assegnate, finisce per salvare con il sacrificio della propria vita l’intero battaglione dei commilitoni dall’incursione nemica, ma alla fine non avranno nemmeno il riconoscimento dell’eroico gesto compiuto.

Sui ring della boxe, tra una ripresa e l’altra, dopo il minuto di sosta, si invitano i “secondi” a lasciare il quadrato (il terreno di combattimento) per dare spazio ai protagonisti dell’incontro. Forse sarebbe più utile, almeno qualche volta, lasciare invece in disparte i “primi” e affidarsi alla diligenza dei “secondi”.

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Saggista e musicologo, è laureato in “Sociologia delle Comunicazioni di Massa”. Tra i suoi libri ricordiamo: Il Canto Nero (Milano, 1982), Trecento anni di jazz (Milano, 1986), Jazz moderno (Milano, 1990), Vesuwiev Jazz (Napoli, 1999), Il popolo del samba (Roma, 2005), Ragtime, Jazz & dintorni (Milano, 2007), prefato da Amiri Baraka, Una storia sociale del jazz (Milano 2014), prefato da Zygmunt Bauman, Saudade Bossa Nova (Firenze, 2017). Per i “Saggi Marsilio” ha pubblicato l’unica Storia del ragtime, in due edizioni (Venezia, 1984 e 1989) edita in Italia e in Europa. Ha scritto monografie: due su Frank Sinatra (Venezia, 1991) e The Voice – Vita e italianità di Frank Sinatra (Roma, 2011), e su Vinicio Capossela (Milano, 1993), Francesco Guccini (Milano, 1993), Louis Armstrong (Napoli, 1997), un paio di questi col contributo amichevole di Renzo Arbore e Gianni Minà. Collabora con la RAI, per la cui struttura radiofonica ha condotto diverse trasmissioni musicali, e per La Storia siamo noi ha contribuito allo special su Louis Armstrong. Tiene periodicamente stage su Civiltà Musicale Afroamericana oltre a collaborare con la Fondazione Treccani per le voci afroamericane. Tra i vari riconoscimenti ha vinto un Premio Nazionale Ministeriale di Giornalismo, ed è risultato tra i finalisti del Premio letterario Calvino per l’inedito. Per la narrativa ha pubblicato un romanzo breve per ragazzi dal titolo Easy Street Story, (Npoli, 2007), la raccolta di racconti È troppo tardi per scappare (Napoli, 2013), il romanzo epistolare Caro Giancarlo – Epistolario mensile per un amico ammazzato, (Terracina, 2014), che gli è valso il Premio ‘Giancarlo Siani’ 2014. È il direttore artistico del Festival Italiano di Ragtime e il suo sito è www.gildodestefano.it.

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