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Opinioni

Il disagio non è il problema. Il problema è che non sappiamo più ascoltarlo

Sembra che il nostro tempo abbia dichiarato guerra al disagio. Non appena si affaccia, scatta la caccia al rimedio

Il disagio non è il problema. Il problema è che non sappiamo più ascoltarlo

C’è una scena che si ripete ogni giorno sotto i nostri occhi: un bambino cade. Per un istante non piange. Prima guarda il volto della madre. Cerca una risposta a una domanda che ancora non sa formulare: “È grave”?

Solo dopo, se vede paura negli occhi di chi lo osserva, arrivano le lacrime. Da adulti continuiamo a fare la stessa cosa. Solo che, invece della madre, guardiamo altrove: il telefono, i social, le opinioni degli altri. Cerchiamo qualcuno che ci dica se quello che proviamo è normale, se è il caso di preoccuparci, se esiste un modo per farlo passare in fretta.

Sembra che il nostro tempo abbia dichiarato guerra al disagio. Non appena si affaccia, scatta la caccia al rimedio: una distrazione, un acquisto, una serie televisiva, un corso, una frase motivazionale. Tutto va bene, purché quel fastidio smetta di bussare.

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Eppure mi chiedo se non stiamo combattendo la battaglia sbagliata. Per anni ci hanno fatto credere che vivere bene significhi vivere senza attriti. È un’idea seducente. E anche molto redditizia. Perché se ogni forma di inquietudine diventa un difetto da eliminare, ci sarà sempre qualcuno pronto a venderci una soluzione.

Le pagine più importanti della nostra storia non sono nate quando tutto andava secondo i piani. Sono nate quando qualcosa si è incrinato. Una delusione. Una scelta difficile. Un amore finito. Un lavoro che non ci assomigliava più. Non perché il dolore renda automaticamente migliori: sarebbe una bugia. Il dolore può anche chiuderci. Però c’è un disagio che non arriva per distruggerci. Arriva per interrompere il pilota automatico. Forse è questa la sua funzione più onesta. Dirci che stiamo vivendo troppo in superficie.

Una signora anziana che conoscevo e che sono certo sia in paradiso diceva: Gennarì, le  scarpe nuove stringono sempre. Ma se sono quelle giuste, è il piede che impara la strada. Ci ho messo anni a capirla. Oggi cambiamo scarpe appena fanno male. Cambiamo lavoro, città, relazione, persino idee con la stessa velocità con cui cambiamo schermata sul telefono. A volte è necessario. Altre volte, invece, stiamo solo scappando da quella sottile fatica che accompagna ogni trasformazione autentica.

Il disagio non è sempre un allarme. Qualche volta è un invito. Invita a fermarsi, a fare silenzio, ad avere il coraggio di una domanda invece della fretta di una risposta. Perché le domande scomode hanno una caratteristica curiosa: all’inizio sembrano ferirci, ma spesso sono le uniche che ci impediscono di vivere una vita in prestito.

Forse la vera povertà del nostro tempo non è la mancanza di benessere. È la mancanza di dimestichezza con l’inquietudine. Abbiamo imparato a riempire ogni attesa, ogni pausa, ogni silenzio. Ma è proprio nel silenzio che, qualche volta, la vita prova finalmente a parlarci.

E allora la domanda non è come eliminare il disagio. La domanda è un’altra. Se ogni volta che bussa gli chiudiamo la porta, come farà la parte più vera di noi a trovare il coraggio di entrare?

 

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Foto di Gennaro Pierri

Gennaro Pierri

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista…

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