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Opinioni

Il cuore non è fragile. Fragili siamo noi quando smettiamo di ascoltarlo

Il cuore capisce presto quando una vita sta diventando finta. Lo capisce quando continui un lavoro che ti svuota solo perché produce approvazione. Quando resti in relazioni tiepide per paura della solitudine

Il cuore non è fragile. Fragili siamo noi quando smettiamo di ascoltarlo

La grande bugia del nostro tempo è che il problema delle persone sia l’eccesso di emozioni. Non è vero. Il problema è l’anestesia. Gente che non sente più niente davvero. Relazioni vissute con il freno a mano tirato. Amicizie consumate come contenuti.

Conversazioni dove tutti parlano e nessuno si espone. Persino il dolore viene filtrato: una frase nelle stories, due canzoni tristi, poi avanti. Come se soffrire apertamente fosse diventato imbarazzante. Abbiamo trasformato il controllo emotivo in una forma di prestigio sociale. Vince chi appare meno coinvolto. Chi risponde dopo ore. Chi “non si attacca”. Chi riesce a lasciare tutto senza tremare. Ma chiamare forza questa freddezza è come chiamare salute l’assenza di febbre in un corpo già morto. Qui serve chiarire una cosa: ascoltare il cuore non significa idolatrare gli impulsi. Anzi. Molti disastri nascono proprio da emozioni non educate. Il cuore non è una scusa per fare ciò che conviene nel momento. È qualcosa di più scomodo: è il luogo dove percepisci la verità prima di avere il coraggio di ammetterla.

Il cuore capisce presto quando una vita sta diventando finta. Lo capisce quando continui un lavoro che ti svuota solo perché produce approvazione. Quando resti in relazioni tiepide per paura della solitudine. Quando costruisci un personaggio così efficiente da non ricordare più chi sei senza performance. E attenzione: ignorare questi segnali ha un prezzo. Non immediato. Peggiore. Lentissimo. Ci si spegne poco alla volta. Il paradosso è che oggi possediamo strumenti potentissimi per comunicare, ma pochissimi strumenti per sentirci vivi. Sappiamo condividere tutto, tranne ciò che conta davvero.

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E infatti una delle frasi più diffuse, anche tra ragazzi giovanissimi, è inquietante nella sua semplicità: “Mi sento vuoto”. Quel vuoto spesso non nasce dalla mancanza di successo. Nasce dalla distanza da sé stessi. Per questo permettere al cuore di fare il suo lavoro è un atto radicale. Non romantico: radicale. Significa smettere di usare il cinismo come deodorante emotivo. Significa dire la verità anche quando rompe l’immagine che abbiamo costruito. Significa accettare che alcune ferite non vadano nascoste ma attraversate. Perché un cuore vivo disturba. Ti obbliga a cambiare direzione. Ti impedisce di restare comodo dentro una vita che non ti somiglia più.

E forse la domanda decisiva non è se seguiamo abbastanza il cuore. La domanda vera è più dura: quante delle nostre scelte quotidiane nascono da convinzione… e quante, invece, dalla paura di perdere approvazione?

 

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Foto di Gennaro Pierri

Gennaro Pierri

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista…

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