I due presidenti

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In Venezuela è capitata una cosa che non era mai accaduta altrove almeno in epoca moderna, e cioè che uno Stato avesse due Presidenti entrambi in carica; in genere se un presidente non è gradito, viene destituito con un colpo di stato e al suo posto se ne proclama un altro.

Ma in Venezuela il 21 gennaio scorso lo sconosciuto Juan Guidò, trentacinquenne presidente dell’Assemblea Nazionale (che corrisponde al nostro Parlamento) nominato dall’opposizione ma quasi privo di potere, si è autoproclamato “Presidente ad interim”, e finora nessuno lo ha smentito, tranne l’altro, Maduro; per questo il Venezuela ha due presidenti, e la situazione, contro ogni logica,  sembra essere stata accettata, anzi gradita, da mezzo mondo.

Il Venezuela è uno strano paese, grande 3 volte l’Italia, ma popolato solo da circa 30.milioni di abitanti (poco più della metà dell’Italia), pil nazionale 1/5 di quello italiano, pil pro capite 1/3 di quello italiano, inflazione in Italia all’1,087%, in Venezuela 1.milione% (con un salario non si riesce a comprare un cartone di uova); nonostante sia ricco di petrolio e gas, oltre che di minerali, purtroppo la popolazione vive in uno stato di indigenza spaventoso perché le risorse vengono male utilizzate e non nell’interesse dei cittadini, complici anche le dure sanzioni economiche imposte dagli Usa.

E tra le sue stranezze v’è anche il doppio presidente, cosa che fa capire in quale stato di esasperazione viva la popolazione, divisa tra quella che sostiene l’attuale presidente Maduro, (succeduto a Hugo Chavez nel 2013) e quella che appoggia Guaidò.

In pratica ciò che è avvenuto in Venezuela è una specie di colpo di stato, al momento incruento in quanto l’esercito, quasi totalmente schierato con Maduro, sostenuto anche da quasi la metà della popolazione, fino a questo momento non è intervenuto.

Vi è quindi il paradosso di due presidenti al comando, che si guardano in cagnesco, ma ognuno va avanti per la sua strada.

Ma a pensarci bene noi italiani non siamo da meno. Infatti l’anomalia del doppio presidente la stiamo vivendo anche l’Italia in quanto, dopo elezioni di marzo 2018 e la nascita del governo giallo-verde del 1° giugno successivo, il nostro paese ha in effetti, due Presidenti del Consiglio, entrambi autoproclamatisi tali e che si sono imposti al Presidente della Repubblica Mattarella che ha dovuto accettarli perché rappresentano i due partiti politici usciti vincenti dalle urne.

E anche in Italia si può dire che si viva la situazione venezuelana in quanto ciascun presidente va avanti per la sua strada e sembra che non sia d’accordo su niente con l’altro.

Se facciamo mente locale su tutto ciò che è avvenuto dal 1° giugno 2018 ad oggi, la rivoluzione quasi incruenta venezuelana l’abbiamo anticipata qui in Italia perché ogni problema è stato vissuto in maniera passionalmente antitetica dai nostri due presidenti in una continua giostra che francamente sta stancando.

Tra i contrasti che dividono i gialli dai verdi la vicenda che riguarda il completamento della galleria del Tav (Treno ad alta verlocità) è, oggi, la più eclatante perché c’è un battibecco continuo, a distanza, tra Salvini, schierato per il si, e Di Maio che continua a sbraitare “mai”; Salvini che va ai raduni “Si Tav”, e Di Maio che appoggia quelli “No Tav”, Salvini che va a visitare i cantieri e assicura che l’opera continuerà, e Di Maio che gli fa sapere “fino a quando il M5S è al governo la Tav non si farà”, smentendo così anche il fidato, ambiguo e sbandato Ministro Toninelli il quale sembra aver ricevuto l’ormai famosissimo rapporto costi-benefici ma gelosamente lo tiene nel cassetto e non lo caccia e non si è ancora capito perché (ma forse si è capito fin troppo bene); intanto Salvini fa sapere che ha un altro rapporto dello stesso tipo, dal quale risulterebbe che i benefici sarebbero superiori ai costi, e tira fuori tra gli altri anche il beneficio del contributo che l’opera darebbe all’ambiente per i milioni di mc di gas inquinanti in meno, apre a qualche risparmio di un miliardino, , ma assicura che l’opera continuerà anche perché non è possibile gettare nella spazzatura un tunnel di circa 20 chilometri già scavato, ma Di Maio fa sapere che questo tunnel non esiste in quanto vi è solo un inizio di scavo fatto per indagini geologiche… L’ultima uscita di Di Maio, domenica 3 febbraio, è stata: Il ridimensionamento dell’opera è una “supercazzola”; finche saremo al governo l’opera non si farà. Ed è un’uscita pesante perché il termine “supercazzola” sta a indicare una persona che parla senza dire nulla (vedi dizionario Zingarelli), insomma chi parla per far prendere aria alla bocca; e scusate se è poco.

Non è da meno la questione delle trivelle che per il M5S avrebbero dovuto essere soppresse, la Lega si è opposta perché non si può dire sempre no a tutto, poi si è scoperto che non era possibile farlo per le penali da pagare, e si è ripiegato sulla mancata autorizzazione di nuove trivellazioni e sull’aumento di 25 volte delle “royalty” che i trivellatori devono sborsare.

E non va meglio sul “Referendum propositivo” che dovrebbe essere introdotto in aggiunto a quello abrogativo che la nostra Costituzione prevede, e per il quale Lega e M5S sono spaccati sul quorum necessario, la Lega ferma sul 33 per cento minimo, il M5S contrario a qualsiasi quorum una follia che esautorerebbe il Parlamento, in linea con il programma della Casaleggio che ritiene oramai inutile avere un parlamento che può essere tranquillamente essere sostituito con la democrazia diretta tramite la piattaforma Rousseau.

E non dimentichiamo la legge sulla “Legittima difesa” che la Lega vorrebbe fosse approvata subito (è uno dei suoi cavalli di battaglia), ma il M5S nicchia e briga per rinviare per non scontentare ulteriormente la sua base elettorale parte della quale non la gradisce per così com’è fatta; Salvini teme qualche tiro mancino nelle aule, e ovviamente non gli sta bene e sta sul “chi va la!”.

E poi c’è il Decreto sicurezza, sul quale, a parte le polemiche esterne al governo, con le Regioni che si accingono a preparare ricorsi alla Corte Costituzionale, e i Sindacati che fanno muro, all’interno del M5S vi sono notevoli malumori, tanto che pochi giorni fa la Senatrice grillina Elena Fattori ha definito Salvini un “pirla”.

E che dire della diatriba sul taglio degli stipendi dei parlamentari, tanto caro a Di Maio e, diciamo la verità, a tutti gli italiani, ma che Salvini mal digerisce perché i suoi parlamentari recalcitrano, e per il quale sembra che, per salvare la faccia, ci sia l’intenzione di dare il via libera solo alla Camera prima delle elezioni Europee: dopo si vedrà.

E pure sui migranti i contrasti sono quotidiani: Salvini insiste testardamente, nel mentre il M5S frena perché sa che la sua base elettorale non condivide in pieno la linea durissima di Salvini il quale quotidianamente emette comunicati di fuoco contro chi è orientato all’accoglienza e all’integrazione, e va avanti come un bulldozer.

E non dimentichiamo altri temi importanti, come la maggiore autonomia delle Regioni del nord, sulla quale Di Maio ha fatto qualche apertura che ha visto freddo Salvini, e in sua vece si è espresso il Governatore Zaia; ma si sa che pure su questo argomento molti parlamentari grillini sono contrari temendo che ulteriori aperture a maggiori autonomie “nordiste” penalizzerebbero ulteriormente le regioni del sud nelle quali vi è il nocciolo duro degli elettori del M5S.

Insomma un caos che ci sta frastornando, tanto che siamo portati a dire: meno male che c’è il Premier Giuseppe Conte!

Conte Premier? Ma scherziamo? Un notaio o, forse, un esecutore testamentario, giacché anche da noi, come in Venezuela, i Presidenti sono gli altri due.

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