Giudici donne contro le donne

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E’ credenza comune, specialmente negli ultimi tempi, che le donne, quando vogliono, fanno meglio degli uomini; e in tantissimi casi è vero.

Nel bene e nel male.

Tant’è che è difficile comprendere alcuni incredibili comportamenti e decisioni come, ad esempio, quelle di alcuni magistrati donne che hanno penalizzato proprio il genere femminile, peraltro con motivazioni che in taluni casi di giuridico hanno ben poco, e che andrebbero assolutamente evitate; sintomo di mancanza di equilibrio, e non solo professionale, che dimostrano, fra l’altro, scarsa sensibilità verso lo stesso genere femminile.

Prendiamo, ad esempio, la pronuncia fatta due anni fa dalla Giudice Alessandra Panichi, Presidente della Corte di appello di Ancona, che mandò assolti due stupratori di una donna peruviana sentenziando che la donna non poteva essere stata stuprata in quanto “scaltra” e “mascolina” e, pertanto, non violentabile; e dire che la corte era composta anche da altri due giudici, pure essi donne, Marina Tummolini, la quale materialmente redasse la sentenza, e Cecilia Bellucci: nomi da ricordare, anche perché, da indiscrezioni, sembra che si siano lasciate andare a considerazioni come “ma una così chi vuole che la violenti?”: cosa da non credere.

Fortunatamente, si fa per dire, la Corte di Cassazione ha bocciato quella sentenza, rinviando il caso ad un nuovo processo; probabilmente la vittima si augurerà che la Corte che sarà chiamata a decidere sia di uomini che certamente si mostreranno più obiettivi, meno settari e soprattutto più umani nei suoi confronti.

Altro caso si è verificato a Bologna dove la Corte di Assise, presieduta da Orazio Pescatore, giudice a latere Milena Zavatti, lo scoro marzo ha concesso attenuanti generiche a Michele Castaldo, reo confesso, dimezzando la pena da 30 a 16 anni, per l’omicidio della compagna Olga Matei in quanto, secondo i giudici, l’assassino era in preda ad una “tempesta emotiva”; l’assassino già aveva beneficiato di una pena ridotta per aver scelto il rito abbreviato.

In effetti, l’omicida nei giorni precedenti aveva mostrato una forte gelosia, documentata da messaggi inviata alla compagna, la quale sembra che lo tradisse.

Verrebbe da interrogarsi sulla fondatezza della “tempesta emotiva”, sia dal punto di vista giuridico che da quello medico, giacché lascia senza parole un delitto derivante da gelosia; è incredibile che, con i tempi che corrono, un essere umano possa essere privato della vita per la folle gelosia del compagno (e viceversa); è assurdo un omicidio da parte di un uomo che si è ritenuto sfortunato per avere trovato una compagna che non si uniformava al tipo di donna al quale egli aspirava, e che ha determinato la contestatissima “tempesta emotiva”. Con la mitezza della sentenza sembra che la Corte giudicante abbia di fatto ripristinato il “delitto d’onore”. Pure questa sentenza e stata appellata dalla Procura, con ricorso alla Corte di Cassazione.

Il terzo caso è quello di Genova, e riguarda il femminicidio commesso da Napoleon Pareja Gamboa, 52.enne di origini ecuadoriane che nell’aprile del 2018 aveva assassinato la moglie Jenny Angela Coello Reyes.

Processato con rito abbreviato, benché reo confesso, nel dicembre scorso è stato condannato a soli 16 anni di reclusione, contro i 30 richiesti dalla Pubblica Accusa, avendo la sua difesa invocato mano leggera in quanto l’assassino sarebbe stato provocato dalla vittima che l’aveva sfidato a colpirla per dimostrare di essere un uomo; quindi non la gelosia avrebbe portato al delitto ma la provocazione e la istigazione da parte della vittima.

Anche in questo caso Giudice è una donna, Silvia Carpanini, che ha accolto la tesi della difesa emettendo la sentenza, che però, in questo caso, trova qualche giustificazione nel comportamento ambiguo e provocatorio della donna la quale aveva fatto tornare il compagno dall’Ecuador assicurandogli di aver cambiato vita, salvo a farsi trovare insieme all’amante e a provocare l’uomo che, esasperato, l’ha ammazzata.

Ezia Mariconda, Presidente dei Gip (Giudici per le Indagini preliminari) del Tribunale di Milano, ha dichiarato che sentenze del genere infliggono altre violenze alle vittime, specialmente se vengono usate parole sbagliate, come per quella di Ancona; e che le decisioni dei Giudici “costituiscono anche messaggi per la società e un linguaggio poco attento può costituire cassa di risonanza a vecchi e nuovi stereotipi”.

C’è chi ha scritto: “Sventurato quel paese dove i magistrati giudicano le persone invece dei reati”.

Ma che male abbiamo commesso per meritarci anche questa sventura.

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