Giornata dell’Unità nazionale: storia e non leggenda di un Paese

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Fino a qualche decennio fa il 4 novembre era un giorno festivo, segnato in rosso sul calendario. Poi, venne l’austerità e dal 1977, a causa della riforma del calendario delle festività nazionali introdotta con legge n. 54, la ricorrenza è stata resa “festa mobile”, con le celebrazioni che hanno luogo alla prima domenica di novembre.

La Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate coincide con il giorno in cui, il 4 novembre appunto, si ricorda l’anniversario dell’entrata in vigore del cosiddetto armistizio di Villa Giusti del 1918, col quale si fa coincidere convenzionalmente la fine della Prima Guerra Mondiale per l’Italia. Dal 1919 questa data ha attraversato per decenni la vita italiana, nel ricordo di una nazione in ginocchio che seppe riscattarsi e del sacrificio di milioni di soldati, fra cui settecentomila caduti, che combatterono la più cruenta guerra che il mondo avesse visto fino a quel momento. Erano braccianti, operai, artigiani, studenti che vennero spediti nelle trincee a combattere una guerra nuova, una guerra industriale dove si utilizzarono nuove armi: lanciafiamme, carri armati, gas, bombe lanciate dagli aerei. Una guerra che fece conoscere a tutti i Paesi coinvolti un sentimento nuovo: il dolore collettivo, il lutto di massa.

Da allora, ogni anno è divenuto consuetudine in ogni comune d’Italia rendere omaggio alla salma del Milite Ignoto, un militare morto durante il conflitto bellico e il cui corpo non è stato mai identificato.

L’idea di onorare tutti i caduti, rendendo omaggio a una salma sconosciuta, fu partorita nel 1920 dal Generale Giulio Douhet, e nell’anno successivo fu approvato il Disegno di Legge. Immediatamente il Ministero della Guerra si mosse in avanscoperta per decidere quale salma sarebbe diventata il simbolo di tutti i caduti. Furono attentamente esplorati e scandagliati tutti i luoghi nei quali si era combattuto, dal Carso agli Altipiani, dalle foci del Piave al Montello; fu scelta una salma per ognuna delle seguenti zone: Rovereto, Dolomiti, Altipiani, Grappa, Montello, Basso Piave, Cadore, Gorizia, Basso Isonzo, San Michele, Castagnevizza al mare.
Le undici salme, una sola delle quali sarebbe stata tumulata a Roma al Vittoriano, furono trasportate nella Basilica di Aquileia il 28 ottobre 1921.

Qui si procedette alla scelta di quella destinata a rappresentare il sacrificio di settecentomila italiani. A decidera fu una donna, una delle centinaia di migliaia di madri rimaste orfane del proprio figlio deceduto per la Patria: Maria Bergamas di Trieste, il cui figlio Antonio aveva disertato dall’esercito austriaco per arruolarsi nelle file italiane, ed era caduto in combattimento senza che il suo corpo potesse essere identificato. Nella basilica di Aquileia la donna si accasciò dinzi a una bara invocando il nome del figlio. Quella fu la bara prescelta e deposta in un carro ferroviario appositamente disegnato. Il viaggio si compì sulla linea Aquileia-Venezia-Bologna-Firenze-Roma a velocità moderatissima in modo che presso ciascuna stazione la popolazione ebbe modo di onorare il caduto simbolo. Ad ogni fermata il convoglio ferroviario fece una sosta, tra gli applausi degli italiani che, lì radunati, si inginocchiavano e pregavano per omaggiare l’eroe simbolo.

Giunti a Roma, c’erano ad attendere la salma del Milite tutte le rappresentanze dei combattenti, delle vedove e delle madri dei caduti, con il Re, Vittorio Emanuele III, in testa.

Il 4 novembre 1921 il Milite Ignoto venne tumulato nel sacello posto sull’Altare della Patria sotto la Dea Roma e gli fu concessa la medaglia d’oro.

Con la soppressione della festività tanto di quel valore simbolico è andato perduto. Nell’Italia della crisi e delle mille emergenze, sommersa dall’immondizia, dalle macerie del terremoto, dalla disoccupazione e dallo sconforto, sembra quasi una leggenda. E’ storia, invece. Una storia che va ricordata e rivalutata nella consapevolezza che valore, sacrificio e coraggio sono virtù universali che uniscono e non dividono.

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