Elezioni politiche 2018… e ora?

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Non avrei mai immaginato che le elezioni del 4 marzo 2018 per il rinnovo dei componenti del Parlamento si concludessero così come è avvenuto.

Probabilmente mi ero illuso che le deficienze, le incompetenze, il pressapochismo e le innumerevoli contraddizioni di tante forze in campo, avessero alla fine orientato gli elettori verso gli schieramenti più tradizionali, i partiti con maggiore esperienza politica e amministrativa. Mi ero illuso, in molti ci eravamo illusi.

La grafica del dopo voto mostra uno stivale in gran parte giallo: tutte le regioni del sud, isole comprese, molte del centro e in parte del nord sono oramai dominio del partito delle 5 Stelle che ha trionfato sbaragliando gli altri; molte regioni del centro e del nord sono contraddistinte dal colore azzurro, simbolo della coalizione di destra (Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia); rimane qualche macchia rossa su poche regioni rimaste appannaggio del Partito Democratico e di qualche sparuta formazione di sostegno.

Il maggiore successo è andato al Partito delle 5 Stelle e, come argutamente ha osservato Antonio Padellaro qualche sera fa, avremmo dovuto aspettarci questo diluvio di voti a questo partito per diverse ragioni che qualcuno durante la campagna elettorale ha focalizzato, ma che molti hanno preferito, forse scaramanticamente, non vedere: perché gli elettori scontenti e delusi da una trentennale politica, non avrebbero dovuto votare le 5 Stelle?

La maggior parte dei parlamentari 5 Stelle sono giovani, così come la maggior parte degli elettori che li hanno votati: agiscono e si atteggiano in maniera anticonvenzionale, si muovono disinvoltamente, in ambito nazionale e internazionale, senza le remore e i condizionamenti che hanno i più anziani; hanno promesso ciò che tutti gli elettori anelano: perché, dice Padellaro, non li avrebbero dovuti votare? Il ragionamento non fa una grinza e distrugge i paraocchi dei quali tanti di noi si erano coperti.

Analogo discorso, anche se per qualche motivo diverso, va fatto per la rifondata Lega di Salvini il quale, pure esso giovane, ha attirato in parte i giovani, ma in larga parte anche quell’elettorato che non ha accettato alcuni provvedimenti degli ultimi tre governi PD succeduti a quello di Mario Monti, da Letta, a Renzi, ed a Gentiloni: principalmente la politica pro immigrati -condotta tra molte chiacchiere, pochi fatti concreti a tutela del nostro paese, quasi completamente abbandono della UE, con tanti risvolti di intransigenza derivanti da una alimentata xenofobia- che ancora una volta ha evidenziato le inconcludenze di tanti personaggi della sinistra italiana a partire da Laura Boldrini, ex Presidente della Camera; né i provvedimenti adottati dal ministro Minniti, che ha tentato di dare una stretta al lassismo precedente, sono stati sufficienti e adeguatamente compresi.

Analoghe considerazioni per i rimanenti problemi, quali, ad esempio, il contrasto alla criminalità spicciola, che spesso non ha remore a commettere violenze, a volte anche efferate, ai danni delle vittime, e quella inconcludente legge sul diritto di difesa legittima, che ha finito per aggravare il sentimento di insicurezza dei cittadini e il loro astio nei confronti di un governo e un parlamento che si sono concesso il lusso di varare un provvedimento legislativo assurdo e incomprensibile, con l’aggravante che i numerosi casi di difesa armata da parte delle vittime vengono penalmente perseguiti da una Magistratura stretta tra i binari di norme inconcludenti frutto di insipienza legislativa: qualcuno non ha ancora spiegato perché la difesa legittima sembra possa adottarsi solo nelle ore notturne, né cosa dovrebbe fare la vittima se, pure avendo avuto la possibilità di avvertire le forze dell’ordine, si trova comunque a dover contrastare, in attesa dell’intervento di queste ultime, il ladro, o rapinatore, o stupratore.

E che Salvini ne abbia ricavato un beneficio in termini di voti è del tutto evidente ma era del tutto prevedibile.

Rimangono tantissimi, gravi problemi, come la disoccupazione, le ingiustizie generate dalla Legge Fornero, e tanti altri; ma l’avviata ripresa dell’economia fa ben sperare, come d’altronde ha fatto intendere anche la classe imprenditoriale nostrana; è fuor di dubbio che scossoni traumatici di un prossimo governo potrebbero frenare o addirittura bloccarla, e Dio non voglia che ciò avvenga.

Chi ha vinto e chi ha perso è oramai più che evidente.

Il partito delle 5 Stelle ha stravinto, in pratica Luigi Di Maio ha fatto l’asso piglia tutto.

Nella coalizione di destra Matteo Salvini ha sbaragliato un Silvio Berlusconi che si era illuso di contare ancora e di condizionare la Lega e gli altri dello schieramento; e non possiamo non constatare questo successo di Salvini senza un ghigno di soddisfazione nel pensare all’incartapecorito ex Cavaliere che non ha fatto niente, appena dopo i risultati, per nascondere sconcerto, amarezza e delusione salvo, poi, a mente fredda, ad ergersi come il regista del successo della coalizione di destra: tutto sommato Matteo Salvini mostra, nei suoi confronti, ancora qualche senso di deferenza e rispetto giacché qualche altro al suo posto, con una lingua leggermente più “libera”, probabilmente qualche brutto suono dalle labbra l’avrebbe fatto uscire!

Non parliamo della Meloni che ha retto il moccolo al Cavaliere per oltre un decennio, ricavandone onori e prebende, e che ha tentato di far valere la pretesa di ottenere il ruolo di Premier se lo schieramento avesse conseguito quei risultati che, purtroppo per tutti loro, dalle urne non sono usciti.

Cosa dire del PD di Renzi, dei gruppuscoli di sinistra fuoriusciti dal PD e del partito Liberi e Uguali di Pietro Grasso e Laura Boldrini, sostenuti da due big come Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani: su quest’ultimo meglio stendere un velo pietoso e invitarlo a ringraziare il Padreterno per l’esiguo risultato conseguito che comunque, con il risicato e insperato 3,30 per cento, ha superato per di pelo la soglia di sbarramento

Una cosa però preme evidenziare: chi attribuisce al solo Renzi la responsabilità della disfatta del PD, mostra ancora una volta di essere ingeneroso e di corta memoria: se Renzi è il destinatario di tutte le critiche per il deludente risultato, quanti dei vecchi leader sono corresponsabili per aver fatto tutto il possibile per affossare Renzi e quel PD al quale tutti loro avevano contribuito, con l’ingenua convinzione che gli elettori avrebbero capito, li avrebbero sostenuti e li avrebbero votati: cosa che sarebbe stata forse possibile se non fossero scesi in campo partiti come 5 Stelle, che predicavano aria nuova, o la Lega che ha parlato alla pancia degli italiani e l’ha convinta.

Di Renzi non rimane molto da dire; quelle condivisibili aspirazioni che tanti hanno sostenuto, quegli indubitabili provvedimenti e quelle riforme che ha fatto e quelle tantissime che ha tentato di fare, non sono state capite, non sono state accettate, lo hanno affossato, anche per il suo carattere che non facilita dialoghi e compromessi se non ne intravede i risultati immediati; da perfetto toscanaccio, nel senso benevolo della parola, ha turlupinato Berlusconi col famoso patto del Nazareno che ha retto fino a quando a Renzi ha fatto comodo, per essere d’un tratto gettato alle ortiche appena non è più servito: la elezione di Mattarella “docet”.

Renzi è fatto così e il precedente dello sgambetto a Letta lo conferma. Ma anche Renzi è giovane e fino a quando ha potuto, ha coagulato intorno a se la simpatia dei giovani e di coloro che anelavano a quei cambiamenti per i quali si è impegnato allo spasimo; senza considerare che probabilmente gli italiani i cambiamenti li anelano solo per finta e che quando intravedono che qualcosa veramente sta cambiando innestano veloci retromarce e scappano: non è escluso che stessa sorte tocchi anche ai 5 Stelle sia per le promesse fatte che non potranno mantenere, almeno non subito, sia quando incominceranno a lavorare per introdurre quelle modifiche al sistema parlamentare, amministrativo e burocratico di cui tanto hanno parlato.

Ma Renzi oramai costituisce un capitolo chiuso. O no?

Ora la palla passa al Presidente Mattarella il quale, anche se con la consueta sobrietà e riservatezza, sta già lavorando per individuare una via di uscita e tentare di dare un governo al Paese: compito non facile per la frammentazione dello schieramento di destra, nel quale sia Salvini, sia Meloni aspirano al premierato (il designato di Forza Italia, Tajani, al quale non dispiaceva tornarsene in Italia nelle vesti di premier, ha fatto un rapido passo indietro), sia per il mancato traguardo delle 5 Stelle che, nonostante il grande successo, non hanno raggiunto la maggioranza assoluta e, se riceveranno un mandato esplorativo, dovranno per forza chiedere l’appoggio di altri.

Ma di chi?

Questo è il rebus giacché con Salvini non vanno, né Salvini è disponibile.

Col PD di Renzi? Di Maio ha fatto una apertura in questo senso, ma larga parte del PD, Renzi in testa, si è detta non disponibile.

A mio avviso, con tutte le riserve del caso, nella situazione attuale il diniego del PD, pure se comprensibile per le trascorse vicende e gli innumerevoli screzi col M5S, oggi non trova valide giustificazioni politiche, visto che l’arte di governare non è di scegliere l’optimum, ma di percorrere strade e strategie sensate nel superiore interesse del paese e dei cittadini; anzi, un atteggiamento collaborativo del PD potrebbe essere un beneficio per la governabilità in quanto all’inesperienza delle 5 Stelle sarebbe d’aiuto la esperienza di governo del partito il cui ostracismo odierno sembra del tutto fuori luogo anche alla luce delle dimissioni da segretario di Renzi.

Vedremo cosa accadrà nei prossimi giorni, e speriamo bene: un ritorno alle urne non si sa quanti danni potrebbe portare al Paese.

Questo articolo, derivante da una lunga meditazione fatta tra gli ultimi giorni di campagna elettorale, l’esito delle urne e lo choc per i risultati delle stesse, non deve essere interpretato come la corsa a salire sul carro del vincitore, ma solo la presa di coscienza di una realtà inimmaginabile fino a due settimane fa: chi non ha bisogno di riconoscimenti, prebende o altro è libero di cambiare anche idea arrendendosi all’evidenza dei fatti, per essere coerente con la sua intelligenza e in pace con la coscienza.

 

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