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Opinioni

Diventare bosco

Il bosco non urla. Non corre. Non produce notifiche. Non interrompe. Sta. E proprio perché sta, ascolta

alberi

C’è una frase che ieri mi ha fermato. Non una di quelle frasi costruite per commuovere ma una frase semplice, quasi disarmante: “Bisogna diventare bosco per sentirlo”.

È il dialogo immaginario di una figlia con il padre che non c’è più. O meglio, che non c’è più come prima. Perché è proprio qui che si apre una delle questioni più scomode del nostro tempo: cosa significa davvero perdere qualcuno? Viviamo nell’epoca della connessione permanente e della presenza intermittente. Possiamo parlare in tempo reale con chiunque dall’altra parte del pianeta, ma spesso non sappiamo più abitare un ricordo. Abbiamo imparato a conservare fotografie, video, messaggi vocali, ma stiamo disimparando l’arte più antica: custodire una presenza dentro di noi. Per questo quel “diventare bosco” mi sembra una delle immagini più potenti che abbia incontrato negli ultimi tempi.

Il bosco non urla. Non corre. Non produce notifiche. Non interrompe. Sta. E proprio perché sta, ascolta. Forse il problema è che cerchiamo chi abbiamo amato nei posti sbagliati. Li cerchiamo nella nostalgia, che spesso è una forma elegante di ribellione alla realtà. Li cerchiamo nel desiderio impossibile di riavere indietro ciò che è stato. Li cerchiamo perfino nel dolore, come se soffrire fosse l’unico modo per continuare ad amare. E invece alcune persone, quando se ne vanno, compiono un’operazione misteriosa: smettono di occupare uno spazio e iniziano ad abitare una vita.

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Non sono più accanto a noi. Sono dentro di noi. Li ritroviamo in una frase che diciamo senza accorgercene. In un gesto che abbiamo ereditato. In un modo di guardare il mondo. In una scelta che facciamo. In un silenzio. La verità che nessuno ci insegna è che l’amore maturo non trattiene. Trasforma. Chi abbiamo amato davvero continua a vivere non perché ce lo raccontiamo per consolarci, ma perché ci ha cambiati. E ciò che cambia profondamente una persona entra nella sua storia per sempre.

Forse è questo il motivo per cui alcune assenze fanno così male. Perché non sono vuoti. Sono presenze che hanno cambiato indirizzo. E allora la domanda non è se i nostri morti ci ascoltino. La domanda è un’altra, molto più provocatoria: siamo ancora capaci di ascoltare noi? Capaci di fermarci. Di respirare. Di diventare bosco. Perché il rischio più grande non è dimenticare chi abbiamo amato. Il rischio più grande è vivere così velocemente da non accorgerci che continua ancora a parlarci.

 

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Foto di Gennaro Pierri

Gennaro Pierri

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista…

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