scritto da Gildo De Stefano - 22 Marzo 2024 09:47

Cava de’ Tirreni, riflessioni sull’incontro società civile e politica: occorre guardare al futuro e fare piazza pulita di chi ha fallito

Se ci guardiamo in giro, infatti, al di là di buoni propositi e pannicelli caldi, vediamo ancora spuntare le logore facce di sempre, le ormai imputridite e proterve sembianze di quanti non hanno certo fatto onore né alla vita né alla storia della cittadina metelliana

foto Angelo Tortorella

Il mio modesto (oltre che utopico) contributo all’incontro di domani, sabato 23 marzo, su società civile e politica parte da un concetto fondamentale di Michel Foucault: “Forse oggi l’obiettivo principale non è di scoprire che cosa siamo, ma piuttosto di rifiutare quello che siamo. Dovremmo immaginare e costruire ciò che potremmo diventare”.

È oltre un ventennio che mi sono trasferito da Napoli qui a Cava e dopo aver cercato di osservare le varie amministrazioni attraverso le quali si è sostanziato -purtroppo- la decadenza di questa amena cittadina, cerchiamo, se possibile, di individuare non tanto una ormai improbabile via di uscita quanto i presupposti per l’eventuale rinascita almeno nella convinzione, se non altro, perché se si vuole cambiare uno stato di fatto bisogna almeno provare ad immaginare come farlo.

Un punto fondamentale da cui partire dovrebbe essere il seguente: non vale a nulla tentare “nostalgicamente” di rifarsi ogni volta ad una “grandeur” che più non esiste. Quasi tutti, o addirittura tutti coloro che disputano a vario titolo sulla cittadina metelliana, che propongono ricette e suggeriscono terapie a tutti i livelli della vita civile, politica o istituzionale, si ostinano a rinverdire ogni volta i fasti del periodo del Professor Abbro che fu, nella speranza forse di vivere nel rigurgito di una “noblesse” che più non ci appartiene.

Una cosa è la memoria (da custodire sempre ed anzi coltivare per capire da dove veniamo e chi siamo) ed un’altra è fare i conti realisticameme con la realtà.

È proprio per così dire la memoria a volerlo, senza distaccarsi dall’analisi del reale. Quello che è accaduto è accaduto e non dimentichiamo il passato. Ma pensiamo anche – e soprattutto – a come costruire (e vivere) il futuro. Se non si parte da questo assunto dubito che si possa andare lontano. Le epoche storiche – tutte – passano inesorabilmente e non possiamo pensare di tenerle in vita in maniera strumentale o paradossale, magari solo per nascondere o mascherare una incapacità progettuale o manageriale.

Sarà allora necessario innanzi tutto abbassare i toni di voce, prendere atto della situazione presente, costruire una sorta di ecologia del pensiero e dell’anima che ci permetta di “resettare” una volta e per sempre tutta la zavorra accumulata e puntare davvero verso nuovi orizzonti: “caggiono i regni intanto/ passan genti e linguaggi” è il grande ammonimento di Giacomo Leopardi che mentre ci sprona a capire chi siamo, ci invita a smetter gli abiti di una superbia insensata, a lasciar cadere moti di orgoglio appartenuti ad un casato scomparso e che perciò appaiono ora assolutamente anacronistici e peregrini.

Se vogliamo risalire la china o meglio, in questo caso, se desideriamo davvero rinascere, dobbiamo smettere di chiamare in vita i defunti o di evocare i fantasmi. Il culto dei morti è passione forte del nostro popolo, è vero, ma dobbiamo per una volta lasciar perdere. Bisogna convenire che quel periodo florido è scomparso per sempre, perché sono cambiati i tempi, e che Cava, al di là di ogni panegirico surrettizio se non addirittura demenziale, è la cittadina che proprio in questi anni ospita semmai nient’altro che il suo sepolcro. E allora persino le vicende di ogni giorno altro non sono che il riflesso di un’altra vita, spenta per sempre e luccicante in modo ingannevole come la luce di una stella esauritasi da lungo tempo e irradiante un bagliore fatuo e illusorio.

Ogni diversa valutazione su questo punto altro non è se non un ostinato, ottuso accanimento terapeutico nei confronti non tanto di un malato terminale ma di un corpo già trapassato. Viceversa un’altra “Metellia” può sorgere con altri progetti ed altri obiettivi.

Non sarà certamente impresa facile, perché sarà indispensabile che molti si facciano da parte, che vadano cioè a casa Soloni, inetti e incapaci di vario tipo e questo indubbiamente sarà un’opera ardua e faticosa, sarà probabilmente anzi la parte più difficile del programma.

Se ci guardiamo in giro, infatti, al di là di buoni propositi e pannicelli caldi, vediamo ancora spuntare le logore facce di sempre, le ormai imputridite e proterve sembianze di quanti non hanno certo fatto onore né alla vita né alla storia della cittadina metelliana. Ma se si intende davvero metter mano ad una nuova dimora, se si vuole realmente risorgere, occorrerà necessariamente fare piazza pulita di chi ha fallito.

È anche questo un compito e un dovere ecologico. E toccherà alle nuove generazioni, ai giovani non rassegnati, ma capaci e desiderosi di agire, alla linfa vitale e onesta della società civile, di prospettare le nuove soluzioni, determinare e raccogliere le nuove opportunità di sviluppo e di crescita. Occorrerà parlare di meno e ascoltare di più, fare proprio ad esempio il monito di Ernst Gombrich a proposito del silenzio di cui ha bisogno, secondo lo studioso, la vera arte.

E saranno proprio questi “nuovi artisti”, coloro cioè che avranno il compito di plasmare la futura Cava, le sue prerogative umani e civili, a dover far tesoro di tanto.
Ma essi dovranno superare senza incertezze le lusinghe dei format partitici e del caos mediatico, resistere alle tentazioni dell’interesse privato, fare poco o nulla affidamento sulle altrui promesse, avversare tenacemente il mordi e fuggi della quotidianità becera o malavitosa e farsi carico viceversa di scelte anche impopolari ma dettate da spirito legalitario e passione civile e che potranno dare frutti duraturi in un prossimo (e si spera il più immediato possibile) futuro.

Sarà questa la sfida più affascinante dalla quale dipenderà la fortuna di una nuova Cava de’ Tirreni.

Saggista e musicologo, è laureato in “Sociologia delle Comunicazioni di Massa”. Tra i suoi libri ricordiamo: Il Canto Nero (Gammalibri, Milano, 1982), Trecento anni di jazz (SugarCo, Milano, 1986), Jazz moderno (Kaos, Milano, 1990), Vesuwiev Jazz (E.S.I., Napoli, 1999), Il popolo del samba (RAI-ERI, Roma, 2005) prefazionato da Chico Buarque de Hollanda, Ragtime, Jazz & dintorni (SugarCo, Milano, 2007), prefazionato da Amiri Baraka (Leroi Jones), Saudade Bossa Nova (Logisma, Firenze, 2017) prefazionato da Gianni Minà, Una storia sociale del jazz (Mimesis Edizioni, Milano 2014), prefazionato da Zygmunt Bauman. Per i “Saggi Marsilio” ha pubblicato l’unica Storia del ragtime edita in Italia e in Europa, in due edizioni (Venezia, 1984 e 1989). Ha scritto tre monografie su: Frank Sinatra (Marsilio, Venezia, 1991) prefazionato da Guido Gerosa, The Voice – Vita e italianità di Frank Sinatra (Coniglio, Roma, 2011) prefazionato da Renzo Arbore, Frank Sinatra, L'italoamericano (LoGisma, Firenze 2021); ed altre su Vinicio Capossela (Lombardi, Milano, 1993), Francesco Guccini (Lombardi, Milano, 1993), Louis Armstrong (E.S.I., Napoli, 1997), un paio di questi con prefazioni di Renzo Arbore. Collabora con la RAI, per la cui struttura radiofonica ha condotto diverse trasmissioni musicali, e per La Storia siamo noi ha contribuito allo special su Louis Armstrong. Tiene periodicamente stage su Civiltà Musicale Afroamericana oltre a collaborare con la Fondazione Treccani per le voci afroamericane. Tra i vari riconoscimenti ha vinto un Premio Nazionale Ministeriale di Giornalismo e quello Internazionale “Campania Felix” per la sua attività di giornalista per la legalità, nonché risultando tra i finalisti del Premio letterario 'Calvino' per l’inedito. Per la narrativa ha pubblicato un romanzo breve per ragazzi dal titolo Easy Street Story, (L’isola dei ragazzi Editore, Napoli 2007), la raccolta di racconti È troppo tardi per scappare (Il Mondo di Suk Editore, Napoli 2013), due edizioni del romanzo epistolare Caro Giancarlo – Epistolario mensile per un amico ammazzato, (Innuendo Edizioni, Terracina 2014, e IOD Edizioni, Napoli 2022), che gli hanno valso il Premio ‘Giancarlo Siani’ 2014, ed il romanzo storico Ballata e morte di un gatto da strada – Vita e morte di Malcolm X (NUA Edizioni, Brescia 2021), prefazionato da Claudio Gorlier, con postfazione di Walter Mauro, e supervisionato da Roberto Giammanco, e Diario di un suonatore guercio (inFuga Edizioni, Anzio 2023). È il direttore artistico del Festival Italiano di Ragtime. Il suo sito è www.gildodestefano.it

Una risposta a “Cava de’ Tirreni, riflessioni sull’incontro società civile e politica: occorre guardare al futuro e fare piazza pulita di chi ha fallito”

  1. Pienamente d’accordo. Ho timore che nonostante i preziosi sforzi di Pasquale la riunione di sabato si trasformi nella solita e trita passerella dei soliti ingombranti personaggi.

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