Caso Siri, l’imbarazzo del premier Conte giurista e politico

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(foto tratta dal sito della Presidenza del Consiglio dei Ministri)

La certezza che il Sottosegretario Armando Siri “sarà messo alla porta” esternata più volte da Luigi Di Maio mette in imbarazzo il giurista Giuseppe Conte.

Perché gli viene richiesto di assumere una iniziativa poco istituzionale nella forma e problematica in dottrina. Non a caso la sua reazione finora registrata l’ha pronunziata in forma ipotetica: “Se opterò per l’addio, saprò scollarlo dalla sedia, ma lo vedremo a tempo debito”, specificando che terrà in considerazione l’aspetto umano della vicenda, anche se non determinante.

Dietro queste parole non c’è solo la preoccupazione del politico garante del “contratto” M5S e Lega, ma soprattutto la prudenza dell’operatore del diritto. Lo spazio di manovra che gli consente l’opera di mediazione tra i due partner di Governo non è lo stesso sul quale incombe la giurisprudenza costituzionale e della stessa Suprema Corte sulla separazione dei poteri e sulla condotta del parlamentare nel presupposto di un “pactum sceleris” che spetta alla Magistratura portare alla luce e configurarne le responsabilità.

Non basta un avviso di garanzia per attivare la procedura di decadenza di un componente del Governo. Né l’etica invocata da Di Maio, secondo il “contratto” è prevalente sull’ordinamento e le garanzie dello Stato di diritto: sarebbe un atto di eversione.

La loro attivazione fa parte della cultura politica e della civiltà giuridica delle democrazie occidentali e non é “paraculismo” come viene contestato da Di Maio al leghista Siri, al quale il pentastellato vice-premier concede di conservare la “poltrona” in Parlamento: “non va mica per strada”.

Come se si trattasse di un rapporto privatistico rispetto ad una vicenda in cui si incrociano intrecci familistici con relazioni di affari e di interscambio di favori e di interessi politici ed economici in cui la mafia storicamente ha costruito i suoi centri di potere esercitati anche senza l’evidenza di reati specifici, come soleva rilevare Paolo Borsellino.

Si capisce l’attenzione degli inquirenti su un insieme di elementi che destano preoccupazioni. Altre cosa è l’uso politico delle indagini con relativo clamore mediatico non tanto quando è attrezzato per informare bene ed in maniera compiuta ma quando è mirato a colpire l’avversario di turno a fini puramente elettoralistici.

In questo senso, c’è da mettere in conto la reazione di Matteo Salvini alla tentazione del partner pentastellato di “mascariare” l’immagine della Lega: “Chi accosta la Lega alla mafia si deve sciacquare la bocca”.

Si tratta di disarmonie non solo linguistiche ma di ordine culturale già note a Giuseppe Conte prima dell’ingresso a Palazzo Chigi, che ora è chiamato a comporre una diatriba al fine di salvare “capra e cavoli”: la salute del Governo e l’autorevolezza giurista.

Ci riuscirà? Dopo le reciproche coltellate tra M5S e Lega non è escluso per il Governo l’ipotesi di vivacchiare, anche per un lungo periodo, per evitare di tirare le cuoia. Tanto per rimarcare il dilemma andreottiano, in mancanza di alternative credibili.

 

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