Autonomie differenziate, la caciara degli smemorati

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C’è troppa propaganda e molta animosità da stadio sulla proposta di attuazione delle autonomie differenziate.

Si tratta di dare corso ai contenuti del riformato titolo quinto della Costituzione nel cui articolato sono contenuti più possibilità di trasferimenti di materie di competenza e funzioni amministrative alle Regioni, nonché relative definizioni di natura fiscale e dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP).

La questione di rendere servizi standard “validi a Nord ed al Sud” è stata richiamata dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel recente incontro avuto con i Sindaci d’Italia. Mentre sul tema si preannunciano barricate da parte di Governatori di Regioni meridionali dichiaratisi contro la bozza di proposta del Ministro Calderoli, ritenuta sbilanciata in favore delle aree più ricche e sviluppate del Nord e penalizzante per quelle del Sud.

Delle contestazioni, che stanno alimentando il dibattito sui media, alcune hanno carattere statalista contro le autonomie regionali, così  come sono state attuate, ed altre sono spiccatamente di natura politica, cavalcando onde meridionaliste neglette o mirate al recupero di consensi alternativi ai colori ed agli orientamenti del Governo in carica.

Per la cronaca va ricordato che nutrite richieste di ulteriori competenze sono state formulate dai Governatori del Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, cui si è aggiunto quello della Campania, allo scadere del mandato del Governo Gentiloni, le quali confluirono in una ipotesi di convenzione che non ha avuto esito per fine legislatura. Ed i relativi contenuti sostanziali, successivamente, sono stati ripresi nel contratto di Governo M5S/Lega ed impostati dal Ministro Boccia durante il secondo Governo Conte.

Le citate barricate, enfatizzate da Emiliano per la Puglia e De Luca per la Campania, contro la bozza redatta dal ministro Calderoli riguardano, soprattutto, la tempistica della definizione e dell’attivazione dei LEP prima del trasferimento delle competenze, perché, in caso contrario, si configurerebbe un vulnus nordista a danno del Mezzogiorno.

Come dire “non ci fidiamo” del Governo di centrodestra, mentre gli odierni contestatori si fidavano del Premier Gentiloni e ministro Boccia, entrambi di centrosinistra, nelle cui bozze la tempistica non era diversa dalla proposta che reca la firma di un ministro leghista.

Pertinente l’osservazione resa da Giancristiano Desiderio sul Corriere del Mezzogiorno secondo la quale “ciò che fa la differenza” sul punto “non è l’oggetto ma il soggetto, non la cosa ma la persona” che, se è di sinistra, dice cose buone e giuste e, se è di destra, dice cose cattive ed ingiuste. Ma, va anche ricordato, sempre per la cronaca, che la genesi dell’odierna caciara su un nuovo antimeridionalismo di ritorno è rintracciabile nel citato titolo quinto della Costituzione dal quale è scomparsa la dignità di valenza costituzionale relativa a “contributi speciali” dello Stato “particolarmente per valorizzare il Mezzogiorno e le Isole”, così come avevano statuito i padri costituenti. Anche quella riforma, oggi posta in discussione, ma esaltata nel 2001 dal centrosinistra fu operata sull’onda leghista intesa come “costola della sinistra”.

Certo, combinando i tempi possono anche, legittimamente, mutare linguaggi ed  obiettivi, ma i conti con le verità storiche arrivano sempre puntuali al pettine.

A prescindere dalle caciara degli smemorati.

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