Furore, oggi si ricorda la storia della “defenestrazione” di Santo Jaco

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Foto tratta dal profilo Facebook del Comune di Furore

Il territorio della Costiera Amalfitana è tanto inusitatamente incantevole, quanto ricco di storie e leggende affascinanti, come quella che andiamo a raccontare e che riguarda quel lembo di terra magico, sospeso tra le ripide scarpate montuose della Costiera e un mare blu cobalto che è Furore.

Oggi 25 luglio si venera San Giacomo il Maggiore e a Furore viene ricordata un’antica nenia che recita così:
Santo Jaco, miezo pazzo,
o’ vottarono abbasce a’ chiazza;
Sant’Agnelo malandrino
‘o vottarono dinte Pino;
Sant’Elia poveriello/ ‘o vottarono d’a’ purtella.

Santo Jaco, cioè, San Giacomo fu buttato in mezzo alla piazza sottostante la Chiesa; fu, però, successivamente recuperato dalla famiglia Penna e portato in casa. Pare che il santo, facendo miracolosamente proliferare il legno da ardere nella legnaia, abbia indotto, in coloro che raccolsero il suo busto dopo la caduta, un timoroso rispetto reverenziale tale da evitarsi di ardere nel camino.

Sant’Agnelo (Sant’Angelo e, cioè, San Michele), del quale si non sa bene perchè è detto che fosse un “malandrino”, fu scagliato nel vuoto, in località Pino e finì, logicamente, nelle profondità del Fiordo da dove non tornò indietro nè se ne ebbe più notizia. La valle nella quale il santo cimelio pesantemente rovinò, da quel tempo, ha preso l’eloquente nome di “Vottara”.

Sant’Elia dei tre fu, forse, il più sfortunato perchè i Furoresi lo scagliarono in mare dalla Portella. Il suo volo lo portò a schiantarsi sugli scogli ed ancora, a veder bene, si possono scorgere sui puntuti macigni, chiazze rossastre che molti, Sindaco in testa, sostengono essere il sangue benedetto della statua che fuoriuscì nel gran botto, schizzando all’intorno.

Che cosa abbia portato i furoresi a liberarsi con furia delle statue dei suoi Santi protettori facendole rovinare per il dirupo della costa non è dato sapere. Una delle ipotesi è quella che racconta che il fatto avvenne durante gli anni della pestilenza e di altre calamità nefaste e nonostante i Furoresi continuassero a pregare i loro Santi patroni, terremoti, frane, alluvioni non cessavano. Da qui la furia iconoclasta degli abitanti della Terra Furoris.

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