scritto da Gennaro Pierri - 13 Ottobre 2026 07:58

Cava de’ Tirreni: San Francesco passa, ma la Città si lascia attraversare?

L’altra sera sotto i portici non ho visto una città senza fede. Ho visto qualcosa di più inquietante: una città capace di assorbire perfino il sacro senza cambiare postura

foto by luperman

Domenica scorsa 11 ottobre, la processione di San Francesco d’Assisi e Santa Chiara ha attraversato Cava de’ Tirreni. Era stata rinviata per il maltempo. Sotto i portici, a pochi metri dal corteo, un cucchiaino continuava a girare nel caffè. Piano. Con quella piccola ostinazione metallica che hanno certi gesti quando non vogliono accorgersi di nulla. Passavano i santi. I tavolini restavano pieni, le conversazioni non perdevano una sillaba, qualcuno alzava gli occhi per un istante e poi tornava al telefono.

Nessuno scandalo, sia chiaro. Nessuna mancanza di rispetto plateale. Qualcosa di più sottile: la città non respingeva il sacro, semplicemente lo lasciava passare. E forse il punto non è che non crediamo più. É che non sappiamo più interromperci. Abbiamo imparato a considerare fastidioso tutto ciò che spezza il ritmo: una campana, un corteo, un anziano lento davanti a noi, perfino il silenzio. Continuiamo a parlare, bere, scorrere immagini. Non per cattiveria. Per assuefazione. Siamo diventati bravissimi a vedere senza guardare: il mondo ci passa davanti e noi gli concediamo, al massimo, un’occhiata. Una processione appartiene invece a un’altra grammatica. Porta nella strada un tempo che non corre e non pretende di essere utile. Chiede soltanto spazio.

Per secoli il rito non è stato uno spettacolo da osservare, ma il momento in cui una comunità sospendeva la giornata e si domandava che cosa meritasse davvero di stare al centro. Oggi San Francesco può attraversare il nostro corso senza disturbare neppure un caffè. Ma attenzione: non è detto che la responsabilità sia soltanto di chi resta seduto. Forse siamo anche noi credenti ad aver reso innocue certe processioni. Se Francesco passa e non parla piu di povertà, pace, fraternità, denaro e cura del creato, non sta attraversando la città: la sta decorando. Del resto, Francesco non avrebbe reclamato inchini. Probabilmente si sarebbe fermato proprio a uno di quei tavolini.

Non per rimproverare, ma per chiedere il nome al cameriere, ascoltare chi non viene ascoltato, dividere qualcosa con chi era rimasto solo. La sua fede non occupava le strade: rendeva visibili le persone. Il problema, allora, non è bere il caffe mentre passa il santo. Il problema è se, dopo averlo visto passare, quel caffè conserva esattamente lo stesso sapore.

L’altra sera sotto i portici non ho visto una città senza fede. Ho visto qualcosa di più inquietante: una città capace di assorbire perfino il sacro senza cambiare postura. Ma se neppure Francesco riesce più a farci alzare gli occhi, che cosa o chi stiamo aspettando per farlo?

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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