Cava de’ Tirreni, cosa resta dopo la festa della Madonna dell’Olmo?

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foto fiorillo

Mi pare che la festa della Madonna dell’Olmo sia andata bene, e noi cavesi abbiamo onorato degnamente la nostra patrona con la visita in chiesa, preghiere appena sussurrate, lo struscio fra le bancarelle, le giostre…. Insomma una festa ritornata alla normalità nei suoi riti e nei suoi gesti.

Ma al di là di qualche accessorio per la casa acquistato sulla bancarella di ultimo grido mi pare che non sia rimasto granché del nostro essere cavesi figli di Maria, ovvero: le chiese restano un attimino ancora più vuote, le liturgie sono stancamente partecipate, il silenzio di Dio dinanzi alle tante nostre preghiere resta un inquietante sfida alla nostra fede, la percezione di dover fare i conti con le profondità della nostra vita resta relegata nei recinti dei buoni propositi.

Da dove ripartire? Conoscevo un fornaio (per chi è di Cava  sarà facile ricordarlo): Peppe “il fornaretto”, e spesse volte al mattino prestissimo gli facevo visita (quante risate insieme) presso il suo laboratorio a Passiano, mentre lavorava per preparare il pane. Purtroppo, Peppe è morto anni fa prematuramente, ma mi è rimasto nelle narici il profumo del suo buon pane. Ripartire dal pane: da ciò che ci nutre, da chi ci nutre, da chi lascia in noi segni di eternità, da chi non ci toglie la fame ma ci fa restare nelle narici del cuore echi e ricordi di vita.

Ecco perché forse qualcuno disse secoli fa “io sono il pane vivo”: ovvero non cercare “cosa” ma chi sazia la tua fame di eternità. Cosa centra tutto questo con la festa di Cava? Non ricordo neanche io quello che volevo scrivere, ma lascio la risposta relegata alla riflessione dei miei pazienti  lettori.

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