L’Italia… è un paese per vecchi

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L’Italia è il paese più anziano d’Europa, il secondo più anziano al mondo (dopo il Giappone), considerando la denatalità e l’allungamento della speranza di vita, ciò comporta, ovviamente, gravi ripercussioni sociali ed economiche.

Un Paese che sta iscrivendo una pesante ipoteca sul suo futuro. In dieci anni si stima una perdita di quasi 500mila italiani, tra questi 250mila giovani (tra i 15 e i 34 anni). Purtroppo, considerando le caratteristiche lavorative dei giovani in Italia, le ultime stime Eurostat, da qui al 2050 prevedono una perdita trai i 2 e i 10 milioni di abitanti, mentre gli anziani aumenterebbero di circa 6 milioni, arrivando a rappresentare oltre un terzo della popolazione (dall’attuale 22,4% passeranno ad essere tra il 38,8% e il 37,9% nel 2050).

Cerchiamo di capire il perché di questi numeri.

Il lavoro è sicuramente il motivo principale di emigrazione, questo emerge dalle varie analisi del tasso di occupazione. In Italia il tasso di occupazione dei giovani si attesta al 16.9%, all’estero sale 50.8% (nel restante 50% sono inclusi anche gli studenti, sicuramente numerosi in quella fascia d’età).

Su un totale di circa 7,5 milioni di laureati italiani, nel 2020 ne sono emigrati all’estero 31mila (4,2 ogni mille laureati). L’incidenza raddoppia nella fascia d’età 20-39 anni dove su 2,6 milioni di laureati ne sono emigrati quasi 23mila.

“Fuga di cervelli” o “la grande fuga”, qualunque sia il nome dato a questa triste realtà alla quale assistiamo, niente cambia o si smuove per far in modo che questi numeri si arrestino.

La crisi ha accentuato il divario generazionale condannando un’intera generazione a non potersi emancipare dai propri genitori, “Divario generazionale” è il ritardo accumulato dalle nuove generazioni rispetto alle precedenti nel raggiungimento della propria indipendenza economica. Chiamiamo, poi, “Indice di Divario Generazionale” (GDI – Generational Divide Index) l’indicatore sintetico costruito per rilevare gli ostacoli che si frappongono al raggiungimento della maturità economica e sociale nelle nostre generazioni.

C’è un peggioramento delle condizioni economiche -dal lavoro al patrimonio, dalla casa al credito- rispetto alle fasce di popolazione più anziane.

Il gap è destinato ad accentuarsi fino al 2030. I rischi sono l’esclusione di intere generazioni dal mondo del lavoro, un azzeramento patrimoniale per i nuclei capofamiglia under 35 fino a quando non erediteranno dai loro genitori, una “questione abitativa” che spesso contribuisce a rinviare il momento dell’autonomia.

Il divario generazionale relativo alla componente patrimoniale rischia di aumentare di 142 punti tra il 2016 e il 2030 se non verranno adottate misure di sostegno ai redditi di famiglie di giovani. Queste previsioni sono fatte alla luce di due sotto-indicatori, quelli del reddito e della ricchezza.

La non occupazione giovanile, e il gap economico, comportano anche una minor richiesta di mutui da parte dei giovani. Il credit crunch tra il 2004-2005 era distribuito per il 51,6% agli over 35enni e per il 48,4% agli under 35. Dal 2010 fino ad oggi le percentuali scendono di molto arrivando a circa 40,1% per gli over 35 e 33,9% per gli under 35. Crolla quindi la domanda dei mutui da parte dei giovani sempre per il progressivo impoverimento.

L’assenza del lavoro è quindi il motore del disagio ed è quello che spinge i nostri giovani a tentare la fortuna fuori dalla Penisola, mete ambite Germania, Inghilterra, ma anche Francia e nord Europa; c’è poi chi tenta la fortuna oltreoceano.

D’altronde i dati ISTAT sono chiari: il tasso di disoccupazione della fascia 15-24 anni è al 34,5%, il doppio della media dell’UE, 16,7%. Questa “fuga all’estero” costa all’ Italia 16miliari, la media che si stima sia persa con tutti questi abitanti in meno. Un altro sconvolgente numero che ci spinge a pensare, ancora di più, che l’Italia sarà un “Paese per vecchi”, di qui a poco, è il numero di nascite. Ovviamente chi migra verso nuovi porti crea famiglia, e quindi figli, nel paese dove conduce la sua nuova vita; spendendo, arricchendo e facendo crescere l’economia di quel posto.

E chi rimane? Beh, chi rimane deve far conto con tutte le problematiche lavorativo/sociali elencate prima, e quindi sono poche le “coraggiose” (con questa situazione preoccupante è sicuramente un atto coraggioso mettere al mondo un bambino) persone che fanno figli. Post Covid19 la situazione è anche peggiorata.

La popolazione italiana già da anni ha sfondato a ribasso la soglia dei 60milioni, e ora si avvia rapidamente verso i 59milioni. I dati ISTAT ci dicono ancora che i numeri della popolazione di residenti in Italia nel 2021 registrano un – 0,4%. Sono 399.431 i bambini iscritti all’anagrafe.

Con un – 1,3% la diminuzione delle nascite, rispetto al 2020, scende per la prima volta sotto le 400mila. Pochi nati e tanti morti ed è così che si aggrava la dinamica naturale negativa che caratterizza il nostro Paese nell’ultimo decennio. Si parla addirittura di un nuovo record minimo di nascite, questa la tristezza più grande.

La stabilità del nostro paese, soprattutto da un punto di vista finanziario, è da attribuirsi agli stranieri, ai quali dobbiamo l’equilibrio nel nostro Paese.

Gian Carlo Blangiardo, direttore dell’ISTAT, ci dice che manca un ambiente favorevole per chi fa figli: “[…] per la natalità le cause del calo sono note: non ci sono strutture adeguate, manca un ambiente favorevole per chi fa figli. […] non è solo lo Stato a doversi muovere, penso che si debba ragionare in chiave di welfare di comunità”.

“Fuga di cervelli”, “nuovo record minimo di nascite”, “maggiori morti”, queste le preoccupazioni di un paese, l’Italia, lasciata sola a sé stessa, senza fornire giusti aiuti ai giovani, costretti ad emigrare.

“Questo è un paese per vecchi”.

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