Libertà & discriminazione

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L’estate 2021 che sta per volgere al termine resterà nella mia memoria e penso in quella di molti altri come una stagione particolarmente infuocata sia per il caldo torrido che l’ha contraddistinta sia per l’acceso dibattito che si è sviluppato sotto gli ombrelloni e non solo su un tema inaspettato – almeno per me – in quanto piuttosto filosofico ossia quello della difesa della propria libertà dalla discriminazione.

Ad infiammare la discussione ideologica, il tema concreto del vaccino per il covid19 e dell’obbligo del green pass introdotto con decreto legge 111 del 6 agosto 2021.

Ma rifiutare di vaccinarsi è una libertà? Il green pass o passaporto sanitario è uno strumento di controllo della popolazione pericoloso e finanche discriminatorio? Come va intesa la libertà? E cosa si intende per discriminazione?

Il problema non è più solo di tipo medico/sanitario ma si sposta sul piano giuridico/etico e, a parer mio, etimologico.

Dal punto di vista etimologico infatti che cosa si intende per libertà? Si tratta davvero di un valore relativo all’individuo, quello per cui tutti si sentono chiamati a difendere la loro libertà di non vaccinarsi o di andare al ristorante senza certificazione verde?

Nel suo “Alla fonte delle parole”, Andrea Marcolongo, scrittrice e studiosa del classico greco e latino, spiega che libertas in latino, eleutheria in greco, sono parole che risalgono ad una antichissima radice indoeuropea *leudhero- ovvero “colui che ha il diritto di appartenere ad un popolo”.

La libertà non è allora qualcosa di individuale, come siamo abituati a ragionare noi, individui della società odierna, al contrario è il presupposto per “far parte di” una comunità. Non è solo un diritto da esercitare ma implica anche un dovere da assolvere, quello di scegliere. Da cosa o da chi liberarci? Di cosa o di chi fare parte? E per quale ragione? E con quali conseguenze?

Spostandoci dal piano etimologico e passando a quello etico o filosofico, il discorso si chiarisce, trovando punti di contatto con l’una e con l’altra idea di libertà. In una intervista recente a Radio Rai, Adriano Fabris, ordinario di Filosofia morale all’Università di Pisa, dove insegna anche filosofia delle religioni ed Etica della Comunicazione, distingue tre diversi concetti di libertà: libertà da, libertà di e libertà per.

Nella società di massa contemporanea, influenzata dalla filosofia post Seconda Guerra Mondiale, neoliberista e individualista,la libertà è intesa soprattutto come libertà da: vincoli, imposizioni, prescrizioni che sentiamo insopportabili o al massimo libertà di: fare qualcosa, essere soggetti attivi. Libertà per è invece una libertà che mi mette in relazione agli altri,è quel presupposto che permette di realizzarsi nei rapporti con gli altri. Se, da una parte dunque, alcuni rivendicano il diritto di rifiutare l’obbligo vaccinale o per meglio dire l’obbligo di certificazione verde (o di tampone) per frequentare determinati luoghi, da un altro punto di vista, la libertà di fare qualcosa a può essere garantita solo creiamo le condizioni per inserirci in un contesto sociale e dunque, strettamente correlato a questo discorso,teniamo presenti le regole che consentono a ciascuno di esprimersi liberamente sì ma entro un contesto.

Da un punto di vista giuridico invece il discorso può e deve essere affrontato innanzitutto a livello costituzionale. L’incipit dell’articolo 32 della Costituzione, da solo, basta ad inquadrare la questione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”. La salute è quindi al tempo stesso fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. Due interessi entrambi costituzionalmente protetti, il cui bilanciamento è affidato al legislatore. Sul punto, la Corte Costituzionale ha da tempo elaborato una giurisprudenza secondo cui il legislatore non ha piena discrezionalità in materia ma deve fare riferimento al sapere medico ed alla elaborazione medico – scientifica.

Non sembra dunque vi sia in Costituzione un diritto individuale alla salute tale da superare il diritto alla salute della collettività.

Dal punto di vista giuslavoristico, è un principio di civiltà quello secondo cui il datore di lavoro deve garantire salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Nella prima fase della pandemia, Governo, Sindacato e parti sociali hanno stipulato un protocollo di misure di sicurezza volto a garantire la massima protezione dal contagio con gli strumenti all’epoca esistenti. Sembra dunque un fatto abbastanza logico che ora che il vaccino esiste, lo stesso possa essere compreso tra presidi per salvaguardare la salute dei lavoratori nonché la produzione, sempre che lo stesso sia richiesto ex lege.

In tal senso infatti l’articolo 32 continua al comma 2 in questi termini: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge.” Dal punto di vista giuridico, dunque l’obbligo vaccinale può essere introdotto ma deve essere previsto da una legge (o da uno strumento avente forza di legge) ed è evidente che la scelta è politica e non giuridica.

Quanto invece al tema della discriminazione, il discorso chiama necessariamente in causa un diverso articolo della Costituzione, ma pietra miliare della stessa, ossia l’articolo 3. Lo stesso prevede, al primo comma, il principio di uguaglianza formale, quello secondo cui “ Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.” Al secondo comma invece è dichiarato il principio di uguaglianza sostanziale: “ È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”È la violazione dell’articolo 3 in una delle sue due esplicazioni che causa la discriminazione. È legittimo ed anche etimologicamente corretto che alcuni parlino di discriminazione subita con l’obbligo di green pass? Bisogna distinguere. Chi è che lamenta questa lesione? Evidentemente, se si tratta di un cittadino che, pur essendo messo in condizione da parte dello Stato di ricevere il vaccino, ha spontaneamente deciso di non volerlo, allora sembra dubitabile che lo stesso soggetto abbia subito o stia subendo una discriminazione. Diverso discorso forse potrebbe essere fatto se, a lamentare la lesione del diritto, fosse una persona che, ad esempio, non ha la cittadinanza e dunque la residenza sanitaria e quindi non ha diritto a ricevere il vaccino e non può dunque ottenere il green pass (senza poter scegliere). In tal caso, si potrebbe forse ipotizzare la discriminazione. Non mi risulta tuttavia che la protesta provenga da questi secondi soggetti in realtà quanto piuttosto dai primi descritti.

Il dibattito, lungi dall’essersi sopito con l’avanzare dell’aria fresca, resta infiammato.

Forse tuttavia andrebbe corretto il tiro evitando la polarizzazione tra estremi opposti a discapito del dialogo e dell’ascolto. Servirebbe uno spazio di confronto ed anche una valorizzazione del dubbio, cercando di andare più in profondità nel problema, osservandolo magari dal punto di vista che non ci appartiene o che non conosciamo perché non ne abbiamo le competenze, non solo mediche, a questo punto, ma anche giuridiche, filosofiche, eimologiche. Quando parliamo di diritti lesi e discriminazioni, non guardiamo solo al punto di vista individuale, guardiamo a quello altrui, facciamo una riflessione non solo su cosa cambia per noi ma anche su cosa cambia per gli altri in base alle scelte politiche perché le stesse non hanno per obiettivo l’interesse individuale ma quello comunitario.

Se c’è una cosa che ci ha insegnato la pandemia è che non ci salviamo da soli. Quello che la pandemia dovrebbe farci comprendere fino in fondo è che siamo una comunità: “andrà tutto bene” vedevamo scritto nel primo lockdown, abbiamo imparato il distanziamento come misura di tutela non solo individuale anche verso gli altri, allo stesso modo dovremmo riconoscere il valore del vaccino.

Se capiamo questo, allora abbiamo una motivazione in più per fare le scelte “giuste”.

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