INTERVISTA SULLA CITTA’ Pier Vincenzo Roma: “I nostri punti deboli? Snobismo e l’egemonia di una borghesia radical chic”

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Il viaggio di Ulisse con le interviste sulla città continua oggi con un educatore che, serenamente e per scelta personale, ha lasciato la politica attiva da oltre venti anni. Laurea in Filosofia, docente di Materie Letterarie da circa due decenni al l’Istituto statale di istruzione superiore “Della Corte-Vanvitelli”, Pier Vincenzo Roma è stato giovane segretario cittadino del PSI dal 1980 al 1989, poi membro del Comitato di Gestione dell’allora USL 48, quindi tra i fondatori nel 1993 di Alleanza di Progresso

Quali sono a suo avviso i punti di forza della città?

Quelli di sempre: la sua storia, la collocazione del territorio, la singolarità dei percorsi frazionali, il centro storico unico nel Mezzogiorno, le potenzialità turistiche, commerciali, culturali, religiose…

E i punti deboli?

Il tirare a campare, le eccessive lotte intestine e la facile invidia, difetto riscontrabile quando parte qualche iniziativa: spesso ne nasce un’altra di segno uguale o contrario e non si cerca invece di fare blocco; penso, ad esempio, al folklore, per uscire dall’ambito strettamente locale o provinciale… Altro punto debole è lo snobismo, la classica “puzza sotto al naso”, l’egemonia di una borghesia radical chic, solo apparentemente ammantata di un inutile “progressismo” di facciata. Penso, tra l’altro, alle occasioni perse nel settore del turismo religioso: senza nulla togliere agli attuali frati, che vanno sostenuti e incoraggiati, ritengo che, con tutti i suoi umani pregi e difetti, fra’ Gigino andasse sicuramente trattenuto ed aiutato: il Convento era diventato uno straordinario centro di aggregazione sociale, soprattutto a beneficio delle persone sole, quelle più povere, quelle che non possono permettersi di sedersi al ristorante per gustare una pizza in compagnia. Nessuno, finora, nei tempi recenti è stato capace di attrarre gente da fuori come quel frate, e non è poco…

In prospettiva cosa serve alla città per crescere?

Prendere coscienza, finalmente, della fortuna del vivere a Cava, salvaguardando quel che rimane della bellezza del nostro territorio. Promuovere una politica intelligente e lungimirante, con iniziative culturali di spessore, tentare di far entrare la città nel giro di quelle iniziative che contano: penso al festival della letteratura di Mantova o a quello della Filosofia di Modena… Si potrebbe tentare, ad esempio, di far assumere a Cava il ruolo di “Città della Magna Grecia”, intesa come agorà del confronto di idee, proposte culturali, riflessioni sulla Politica (con la p maiuscola), sulle trasformazioni del mondo del Lavoro. Non possiamo pensare di diventare realtà industriale, questo già avviene sui territori circostanti, ma possiamo essere “cervello” pensante e propositivo, motore di riflessioni e proposte intelligenti per coordinare le trasformazioni ed i cambiamenti di oggi…

Una cosa che su tutto lei ritiene sia per la città una piaga da curare, un male da debellare?

Il degrado progressivo, l’abituarsi al malcostume, alla scostumatezza, alla sciatteria. Chi viene da altre zone apprezza quanto di meglio abbiamo, ma noi cavesi, se ci guardiamo indietro, vediamo quanto era bella la Cava degli anni sessanta, settanta… e non si tratta di un discorso da “vecchi” nostalgici, ma del peggioramento di cui è forse simbolo, ma non solo, il palazzo moderno che ha sostituito, nella principale piazza cittadina, il vecchio edificio preesistente. Si potrebbe pensare, come parziale “riparazione”, ad un rifacimento della facciata e degli infissi esterni, per renderlo più armonico rispetto al contesto circostante.

Guardando oggi la città, cosa vorrebbe che tornasse dal passato?

Se rivedo qualche dipinto del maestro Apicella, tanto per fare un esempio, mi monta la rabbia guardando quel che era la Pineta la Serra e quel che è rimasto oggi. Idem per le cartoline della nostra villa comunale, a partire dalle aiuole fino all’orologio naturale, che ne nobilitava l’entrata….. Dobbiamo perseguire un tenace obiettivo di ricerca della diversità, ridiventare “la piccola Svizzera”; il che si traduce, prima di tutto, in un rigoroso rispetto della pulizia e dell’ordine delle strade, dei giardini pubblici, delle fontane, in un quadro di ritrovata sicurezza. Desolante, ad esempio, proprio nel mese di agosto, il non funzionamento della fontana della villa di Via Veneto.

E del presente cosa salverebbe?

Tutto quello che ancora abbiamo, che è comunque moltissimo: un corso unico, frazioni splendide, possibilità di poter passeggiare tranquillamente a qualsiasi ora e con qualsiasi condizione atmosferica. Siamo un grandissimo polo d’attrazione già senza far quasi nulla, pensate a cosa potremmo diventare con idee intelligenti…

Cosa invece butterebbe del passato e anche del presente?

Quel che accennavo prima: sciatteria, snobismo, invidia, lotte intestine…

Ad un politico che si accingesse a governare Cava lei quale consiglio, suggerimento, indicazione darebbe?

Creare gruppo, stabilire regole chiare, favorire il controllo della politica sugli amministratori, a partire da se stesso. Contrariamente alle apparenze, non abbiamo bisogno di “dittatori”, ma di definizione chiara dei ruoli a cominciare, per intenderci, dal rispetto di una regola: il sindaco deve presentare prima delle elezioni la squadra degli assessori e i candidati al ruolo di consigliere comunale. Gli eletti quello devono fare, senza destabilizzare aspirando ad altri incarichi, per l’intero mandato amministrativo. Sindaco, assessori e consiglieri devono accettare, con umiltà, di farsi “controllare” dai partiti e dai movimenti di cui sono espressione.

E agli attuali amministratori comunali quale consiglio, suggerimento, indicazione si sentirebbe di dare?

Quello di essere trasparenti, di rendere il più possibile limpide le scelte, le criticità e le eventuali “negatività” uscendo dalla penombra, evitare di rimanere nella solitudine, condizione pericolosa di fronte ad eventuali poteri forti che volessero condizionarne le scelte. 

In una stagione politica senza partiti ideologici, ha ancora senso dirsi di destra, di centro o di sinistra? Se sì, cosa significa per lei essere di sinistra, di centro e di destra?

Oggi vedo due nuove categorie: un polo conservatore e ultraliberista, incarnato da Forza Italia e PD, con leadership dagli atteggiamenti molto simili e due poli che io definirei impropriamente destra e sinistra sociali, incarnati dalla nuova Lega di Salvini e dai Cinque Stelle. Che piacciano o meno solo le uniche due forze popolari attuali, che si sforzano di promuovere una politica alternativa rispetto a quella dell’altro polo. Definirli sprezzantemente “populisti” è una sciocchezza, è un tentativo di demonizzazione che la gente ha in gran parte capito: ne è prova la rilevazione del voto, per i primi nei quartieri chic delle città e per i secondi nelle zone realmente operaie e disagiate.

In un’epoca come questa in politica contano più gli uomini o i programmi e le idee?

Contano tutte e tre le cose, bisogna studiare come rilanciare la collegialità. I leader locali del recente passato, penso ad Abbro, Romano, Panza si “sottomettevano” alle decisioni dei comitati direttivi dei loro partiti. A livello generale, in parte, il web svolge un ruolo di piazza virtuale. A livello locale dobbiamo di nuovo aggiungere il guardarci negli occhi, stabilire patti e accettare critiche e controlli. Senza collegialità e vera trasparenza non ci sarà alcun passo avanti.

Bisogna lottare, inoltre, contro gli attuali modi di fare politica: feudatari che amano circondarsi di “yes man”, piccoli valvassori e valvassini di stampo medievale.

Un’ultima domanda. Per definire Cava quali sono l’aggettivo qualificativo e/o il sostantivo che utilizzerebbe? E perché?

Rilancerei il marchio storico: il ritorno della “Piccola Svizzera”.

(foto di Vincenzo Giaccoli)

 

 

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