scritto da Francesco Angrisani - 21 Settembre 2026 07:58

Gogyohka: cinque versi per raccontare la vita

Dalla poesia giapponese contemporanea una forma libera e intensa, ideata da Enta Kusakabe, che invita a fermarsi, osservare e dare voce alle emozioni

Cinque versi possono bastare per raccontare un’emozione, custodire un ricordo, descrivere un’immagine o fermare sulla pagina un istante della vita quotidiana.

È questa l’essenza del Gogyohka (五行歌), una forma poetica giapponese contemporanea il cui nome significa letteralmente “poesia in cinque righe”.

A renderla particolarmente interessante è la libertà che la caratterizza. Il Gogyohka non impone uno schema sillabico fisso: i cinque versi possono avere lunghezze differenti e seguire il ritmo naturale del pensiero. Non esistono temi obbligatori né è necessario ricorrere a un linguaggio complesso.

La poesia può nascere da qualsiasi esperienza: un paesaggio, un incontro, un ricordo, una perdita, una sensazione, un momento di gioia o una semplice scena della vita quotidiana.

Un’idea nata da Enta Kusakabe

Il Gogyohka è stato ideato dal poeta giapponese Enta Kusakabe, che sviluppò questa forma a partire dalla tradizione poetica del Giappone e dal desiderio di liberare l’espressione poetica dai vincoli metrici tradizionali.

L’idea nacque nel 1957, quando Kusakabe aveva diciannove anni. Nel corso degli anni la forma venne sviluppata fino ad assumere il nome di Gogyohka.

L’intento era quello di permettere alla poesia di seguire più liberamente il ritmo della voce, del pensiero e dell’emozione.

Da qui nasce una poesia apparentemente semplice, ma capace di lasciare molto spazio a ciò che il lettore può immaginare e sentire.

Cinque versi, nessuna gabbia

Il Gogyohka può ricordare, per la sua essenzialità, il più conosciuto haiku, ma non va confuso con esso.

L’haiku tradizionale segue regole metriche precise e una struttura generalmente legata a tre versi. Il Gogyohka, invece, si sviluppa in cinque versi liberi.

La brevità rimane importante, ma non è una gabbia. Al contrario, la libertà della forma permette all’autore di scegliere dove interrompere il verso, quale parola mettere in evidenza e quanto lasciare al silenzio.

È una poesia che può essere scritta praticamente ovunque: su un foglio, su un quaderno, su un taccuino o persino attraverso poche righe annotate al termine di una giornata.

Dalla vita quotidiana alla poesia

Una delle caratteristiche più affascinanti del Gogyohka è proprio la possibilità di partire da qualcosa di estremamente semplice.

Un piatto vuoto può diventare una riflessione interiore:

Digiuno

Il piatto è vuoto,

ma la mente si accende.

Nel silenzio dello stomaco,

ascolto

il mio respiro leggero.

La notte, invece, può trasformarsi in un dialogo con i propri pensieri:

Notte insonne

Il silenzio della casa pesa,

il ticchettio dell’orologio è un martello.

I pensieri girano in cerchio,

mentre la luna spia dalle tapparelle.

Aspetto l’alba come una salvezza.

Non servono grandi avvenimenti. Anche una piccola esperienza può contenere una poesia.

Quando la poesia diventa memoria

Il Gogyohka può essere anche un modo per conservare il ricordo di qualcuno che non c’è più.

Un animale incontrato per caso, accolto e diventato parte della famiglia può essere ricordato attraverso poche immagini:

L’ultimo viaggio di Tommy

Strada polverosa,

zampa incerta che cercava amore,

ti ho raccolto dal buio.

Oggi il tuo respiro si è spento,

lasciando il silenzio nella mia casa.

In cinque versi è racchiusa una storia intera: l’incontro, l’affetto, la perdita e soprattutto il vuoto lasciato dall’assenza.

Anche il ricordo di un amico può trovare nella poesia una forma essenziale:

In ricordo di un amico

Un passo leggero sul bordo,

il cielo improvvisamente vuoto,

le tue scarpe rimaste sulla ghiaia,

il silenzio che pesa più del pianto,

ti ho visto correre verso il vento.

Sono le immagini concrete — le scarpe, la ghiaia, il cielo — a raccontare ciò che spesso le parole non riescono a spiegare direttamente.

Scrivere per ritrovare se stessi

Il Gogyohka può infine diventare una riflessione sulla scrittura stessa:

Scrivo, dunque sono

Un calamaio aperto

restituisce al mondo

ciò che il giorno ha trattenuto;

il tempo si raddoppia

dentro l’inchiostro.

Scrivere diventa così un modo per raccogliere ciò che la giornata ha lasciato dentro di noi e trasformarlo in qualcosa di condivisibile.

Una poesia per tutti

Forse è proprio questa libertà a rendere il Gogyohka particolarmente attuale.

Non è necessario essere poeti, conoscere tecniche letterarie o possedere un vocabolario ricercato. È sufficiente imparare a osservare.

Un tramonto, una telefonata, il profumo del caffè, una fotografia, una persona incontrata per strada, un ricordo d’infanzia: tutto può diventare materia poetica.

Il Gogyohka invita a fermarsi per qualche istante e a domandarsi: che cosa sto vedendo? Che cosa sto sentendo? Che cosa vorrei conservare di questo momento?

La risposta può stare in cinque righe.

Cinque righe contro la fretta

In un tempo caratterizzato dalla velocità e dall’enorme quantità di parole che ogni giorno attraversano le nostre vite, il Gogyohka propone quasi un gesto controcorrente: scrivere poco, ma prestare attenzione a ciò che si scrive.

I cinque versi non devono necessariamente spiegare tutto. Possono suggerire, evocare, lasciare una pausa. Possono permettere al lettore di entrare nella poesia e completarla con la propria sensibilità.

Ed è forse proprio questo il fascino del Gogyohka: una forma semplice, nata nella cultura poetica giapponese contemporanea, che può diventare uno spazio personale per raccontare ciò che viviamo.

Cinque versi per osservare.
Cinque versi per ricordare.
Cinque versi per ascoltarsi.
Cinque versi per condividere un’emozione.

Perché, a volte, non servono molte parole per dire qualcosa che merita di essere ascoltato.

Cavese, dopo la maturità scientifica prosegue gli studi in Economia e Commercio, ma è il mondo del volontariato a segnare in modo decisivo il suo percorso umano. Fin dal 1980 si impegna nell’associazionismo ambientalista, muovendo i primi passi nel M.A.P.A.N. (Movimento Anticaccia Protezione Animali Natura), con cui promuove campagne di sensibilizzazione contro la strage dei cuccioli di foca destinati all’industria delle pellicce. Il suo impegno civile si amplia con iniziative di respiro internazionale, tra cui la raccolta firme a sostegno della candidatura di Nelson Mandela al Premio Nobel per la Pace. Per quasi un decennio dedica tempo ed energie alla tutela dei cani abbandonati, collaborando con un ricovero situato tra Vietri sul Mare e Molina, occupandosi dell’assistenza agli animali e della sensibilizzazione sul tema del randagismo. Parallelamente porta avanti un percorso politico locale, diventando consigliere della Prima Circoscrizione di Cava de’ Tirreni nella Lista Verde Alternativa, con un’attenzione particolare alla tutela ambientale e alla partecipazione civica. La sua vocazione per uno stile di vita sostenibile si traduce anche in un progetto imprenditoriale: è cofondatore de L’Orto Biologico, negozio specializzato in alimenti biologici che da quasi quarant’anni promuove un’alimentazione sana, il consumo consapevole e il rispetto dell’ambiente.

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