Gogyohka: cinque versi per raccontare la vita
Dalla poesia giapponese contemporanea una forma libera e intensa, ideata da Enta Kusakabe, che invita a fermarsi, osservare e dare voce alle emozioni
Cinque versi possono bastare per raccontare un’emozione, custodire un ricordo, descrivere un’immagine o fermare sulla pagina un istante della vita quotidiana.
È questa l’essenza del Gogyohka (五行歌), una forma poetica giapponese contemporanea il cui nome significa letteralmente “poesia in cinque righe”.
A renderla particolarmente interessante è la libertà che la caratterizza. Il Gogyohka non impone uno schema sillabico fisso: i cinque versi possono avere lunghezze differenti e seguire il ritmo naturale del pensiero. Non esistono temi obbligatori né è necessario ricorrere a un linguaggio complesso.
La poesia può nascere da qualsiasi esperienza: un paesaggio, un incontro, un ricordo, una perdita, una sensazione, un momento di gioia o una semplice scena della vita quotidiana.
Un’idea nata da Enta Kusakabe
Il Gogyohka è stato ideato dal poeta giapponese Enta Kusakabe, che sviluppò questa forma a partire dalla tradizione poetica del Giappone e dal desiderio di liberare l’espressione poetica dai vincoli metrici tradizionali.
L’idea nacque nel 1957, quando Kusakabe aveva diciannove anni. Nel corso degli anni la forma venne sviluppata fino ad assumere il nome di Gogyohka.
L’intento era quello di permettere alla poesia di seguire più liberamente il ritmo della voce, del pensiero e dell’emozione.
Da qui nasce una poesia apparentemente semplice, ma capace di lasciare molto spazio a ciò che il lettore può immaginare e sentire.
Cinque versi, nessuna gabbia
Il Gogyohka può ricordare, per la sua essenzialità, il più conosciuto haiku, ma non va confuso con esso.
L’haiku tradizionale segue regole metriche precise e una struttura generalmente legata a tre versi. Il Gogyohka, invece, si sviluppa in cinque versi liberi.
La brevità rimane importante, ma non è una gabbia. Al contrario, la libertà della forma permette all’autore di scegliere dove interrompere il verso, quale parola mettere in evidenza e quanto lasciare al silenzio.
È una poesia che può essere scritta praticamente ovunque: su un foglio, su un quaderno, su un taccuino o persino attraverso poche righe annotate al termine di una giornata.
Dalla vita quotidiana alla poesia
Una delle caratteristiche più affascinanti del Gogyohka è proprio la possibilità di partire da qualcosa di estremamente semplice.
Un piatto vuoto può diventare una riflessione interiore:
Digiuno
Il piatto è vuoto,
ma la mente si accende.
Nel silenzio dello stomaco,
ascolto
il mio respiro leggero.
La notte, invece, può trasformarsi in un dialogo con i propri pensieri:
Notte insonne
Il silenzio della casa pesa,
il ticchettio dell’orologio è un martello.
I pensieri girano in cerchio,
mentre la luna spia dalle tapparelle.
Aspetto l’alba come una salvezza.
Non servono grandi avvenimenti. Anche una piccola esperienza può contenere una poesia.
Quando la poesia diventa memoria
Il Gogyohka può essere anche un modo per conservare il ricordo di qualcuno che non c’è più.
Un animale incontrato per caso, accolto e diventato parte della famiglia può essere ricordato attraverso poche immagini:
L’ultimo viaggio di Tommy
Strada polverosa,
zampa incerta che cercava amore,
ti ho raccolto dal buio.
Oggi il tuo respiro si è spento,
lasciando il silenzio nella mia casa.
In cinque versi è racchiusa una storia intera: l’incontro, l’affetto, la perdita e soprattutto il vuoto lasciato dall’assenza.
Anche il ricordo di un amico può trovare nella poesia una forma essenziale:
In ricordo di un amico
Un passo leggero sul bordo,
il cielo improvvisamente vuoto,
le tue scarpe rimaste sulla ghiaia,
il silenzio che pesa più del pianto,
ti ho visto correre verso il vento.
Sono le immagini concrete — le scarpe, la ghiaia, il cielo — a raccontare ciò che spesso le parole non riescono a spiegare direttamente.
Scrivere per ritrovare se stessi
Il Gogyohka può infine diventare una riflessione sulla scrittura stessa:
Scrivo, dunque sono
Un calamaio aperto
restituisce al mondo
ciò che il giorno ha trattenuto;
il tempo si raddoppia
dentro l’inchiostro.
Scrivere diventa così un modo per raccogliere ciò che la giornata ha lasciato dentro di noi e trasformarlo in qualcosa di condivisibile.
Una poesia per tutti
Forse è proprio questa libertà a rendere il Gogyohka particolarmente attuale.
Non è necessario essere poeti, conoscere tecniche letterarie o possedere un vocabolario ricercato. È sufficiente imparare a osservare.
Un tramonto, una telefonata, il profumo del caffè, una fotografia, una persona incontrata per strada, un ricordo d’infanzia: tutto può diventare materia poetica.
Il Gogyohka invita a fermarsi per qualche istante e a domandarsi: che cosa sto vedendo? Che cosa sto sentendo? Che cosa vorrei conservare di questo momento?
La risposta può stare in cinque righe.
Cinque righe contro la fretta
In un tempo caratterizzato dalla velocità e dall’enorme quantità di parole che ogni giorno attraversano le nostre vite, il Gogyohka propone quasi un gesto controcorrente: scrivere poco, ma prestare attenzione a ciò che si scrive.
I cinque versi non devono necessariamente spiegare tutto. Possono suggerire, evocare, lasciare una pausa. Possono permettere al lettore di entrare nella poesia e completarla con la propria sensibilità.
Ed è forse proprio questo il fascino del Gogyohka: una forma semplice, nata nella cultura poetica giapponese contemporanea, che può diventare uno spazio personale per raccontare ciò che viviamo.
Cinque versi per osservare.
Cinque versi per ricordare.
Cinque versi per ascoltarsi.
Cinque versi per condividere un’emozione.
Perché, a volte, non servono molte parole per dire qualcosa che merita di essere ascoltato.







