Sognare è rischioso. Per questo è libertà
Oggi i sogni sono ammessi solo se addomesticati: devono essere monetizzabili, presentabili, possibilmente rapidi
“La libertà di un uomo si misura dall’intensità dei suoi sogni”, scriveva Alda Merini. Non è una frase motivazionale. È una diagnosi.
Oggi i sogni sono ammessi solo se addomesticati: devono essere monetizzabili, presentabili, possibilmente rapidi. Il resto viene archiviato come immaturità. Ma Merini, che ha attraversato il dolore reale, non quello raccontato, ci costringe a una domanda più scomoda: e se il problema non fosse sognare troppo, ma troppo poco? Ridimensionare i sogni è diventata una forma elegante di resa.
La chiamiamo realismo, ma spesso è paura ben argomentata. Certo: non tutti possono permettersi gli stessi rischi, e ignorarlo sarebbe superficiale. Ma c’è un margine, anche minimo, in cui ciascuno decide se restare fedele a ciò che intravede o adattarsi completamente. Sognare, allora, non è evasione. È mantenere aperta una possibilità quando tutto spinge a chiuderla. È continuare a pensare in grande mentre si agisce nel piccolo. È non farsi ridurre a funzione. E attenzione: i sogni non sono tutti uguali. Alcuni sono illusioni. Altri, invece, sono intuizioni in anticipo sul tempo. La differenza non la fa la probabilità di riuscita, ma la capacità di trasformarti mentre li insegui. Chi smette di sognare diventa efficiente, forse. Ma anche sostituibile.
Allora la domanda resta, più tagliente: il tuo sogno ti sta cambiando… o lo hai già adattato abbastanza da non disturbare più nessuno?







