scritto da Gennaro Pierri - 03 Giugno 2026 08:07

Restare un po’ strani è una forma di libertà

Le persone più vive che incontriamo non sono quelle perfette. Sono quelle che conservano qualche stranezza. Un interesse inattuale. Un dubbio ostinato. Una domanda che non produce profitto

Per par condicio oggi prendo spunto da una chiacchierata avuta con una mia alunna del De Filipps-Galdi partendo dalla sua affermazione: “Prof senz’altro sono strana ma è l’unico modo per sentirmi libera”.

La cosa più inquietante non è che esistano persone strane. La cosa più inquietante è che stiano scomparendo. Guardiamoci intorno. Mai come oggi abbiamo celebrato la diversità. Eppure mai come oggi ci siamo assomigliati così tanto. Stesse serie, stessi tormentoni, stessi gesti, stessi slogan. Persino le ribellioni sembrano uscite dalla stessa fabbrica. La vera uniformità non nasce quando tutti obbediscono. Nasce quando tutti credono di scegliere liberamente le stesse cose. Per questo vale la pena parlare della stranezza. Non quella caricaturale dell’eccentrico che vuole attirare l’attenzione. Quella autentica, silenziosa, spesso invisibile. La stranezza di chi conserva pensieri che non coincidono con quelli del proprio gruppo. Di chi coltiva passioni inutili. Di chi non trasforma ogni interesse in un contenuto da pubblicare.

Un tempo la paura più grande era essere esclusi dalla comunità. Oggi la paura più grande è essere ignorati. E così finiamo per adattarci continuamente. Non a ciò che è vero, ma a ciò che è visibile. È una differenza enorme. Molti ragazzi crescono convinti che l’identità sia qualcosa da costruire per essere approvati. In realtà l’identità nasce quasi sempre da ciò che, almeno all’inizio, non viene approvato da nessuno. Pensiamoci.

Le passioni che ci definiscono davvero spesso arrivano prima del consenso. Arrivano quando nessuno capisce cosa stiamo facendo. Quando leggiamo qualcosa che gli altri trovano noioso. E quando ci innamoriamo di un’idea apparentemente assurda. Quando perdiamo tempo dietro qualcosa che non produce vantaggi immediati.

La nostra epoca è ossessionata dall’utilità. Ogni attività deve servire a qualcosa: guadagnare, migliorare, performare, apparire. Ma le cose che rendono una vita interessante raramente nascono dall’utilità. Nascono dalla gratuità. L’amicizia non serve. La poesia non serve. La contemplazione non serve. Eppure senza queste cose l’esistenza si riduce a un’agenda piena e a un’anima vuota. Forse essere un po’ strani significa proprio questo: difendere uno spazio che il mercato non può vendere e che gli algoritmi non possono prevedere.

Le persone più vive che incontriamo non sono quelle perfette. Sono quelle che conservano qualche stranezza. Un interesse inattuale. Un dubbio ostinato. Una domanda che non produce profitto. Una passione che resiste alle mode. Sono persone che non hanno consegnato interamente se stesse al giudizio degli altri. E forse la libertà comincia esattamente lì. Non quando facciamo ciò che vogliamo. Ma quando smettiamo di voler soltanto ciò che tutti si aspettano da noi.

La domanda, allora, non è se siamo abbastanza strani. La domanda è più scomoda. Quanto della nostra vita è davvero nostro?

 

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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