scritto da Gennaro Pierri - 24 Giugno 2026 11:15

Lo straniero che incontri ogni mattina allo specchio

Il paradosso è che passiamo la vita cercando una casa. La cerchiamo negli affetti, nel lavoro, nei riconoscimenti, nei luoghi. Eppure la prima casa che dovremmo imparare ad abitare è quella che ci portiamo dentro

La verità più scomoda non è che non conosciamo gli altri. È che spesso non conosciamo nemmeno noi stessi. Ogni mattina ci alziamo, ci vestiamo, controlliamo il telefono, rispondiamo ai messaggi, inseguiamo scadenze e obiettivi.

La giornata parte prima ancora che abbiamo avuto il tempo di chiederci come stiamo davvero. E così, lentamente, diventiamo esperti di tutto tranne che di una cosa: abitare la nostra vita. Accade qualcosa di strano. Passano gli anni e impariamo a presentarci. Sappiamo raccontare il nostro lavoro, i nostri successi, le nostre passioni. Costruiamo una biografia impeccabile. Ma una biografia non è un’identità. È soltanto il riassunto degli eventi.

L’identità è ciò che rimane quando il curriculum smette di parlare. Forse è qui che nasce la grande solitudine contemporanea. Non dal fatto di essere soli, ma dal fatto di essere diventati estranei a noi stessi. Ci sono persone che conoscono ogni dettaglio dell’attualità ma non sanno dare un nome alla propria inquietudine. Persone che attraversano il mondo con una sicurezza apparente e poi crollano davanti a una semplice domanda: «Che cosa desidero davvero»? Persone capaci di parlare con tutti, tranne che con sé stesse.

Il paradosso è che passiamo la vita cercando una casa. La cerchiamo negli affetti, nel lavoro, nei riconoscimenti, nei luoghi. Eppure la prima casa che dovremmo imparare ad abitare è quella che ci portiamo dentro. Non si tratta di equilibrio. Non si tratta nemmeno di felicità. Si tratta di riconciliazione. Perché diventare un luogo interiore in cui non si è più stranieri significa smettere di dichiarare guerra a parti di sé. Significa accettare che dentro ogni persona convivano entusiasmo e paura, coraggio e fragilità, generosità e ferite. La maturità non arriva quando eliminiamo le contraddizioni. Arriva quando impariamo a sostenerne il peso senza esserne schiacciati. La società contemporanea ci propone continuamente una versione migliorata di noi stessi. Più efficienti. Più performanti. Più vincenti. Quasi nessuno ci invita invece a essere presenti.

Eppure è qui la svolta. Perché una persona che ha imparato ad abitare il proprio silenzio diventa più libera. Meno ricattabile dall’approvazione degli altri. Meno dipendente dalle mode. Meno terrorizzata dal giudizio. Il punto non è diventare qualcuno di diverso.

Il punto è smettere di fuggire da chi siamo. Le nostre paure ignorate non scompaiono. Cambiano indirizzo. Le ferite non ascoltate non muoiono. Cambiano linguaggio. Tornano sotto forma di rabbia, ansia, amarezza, cinismo. Prima o poi tutto ciò che abbiamo escluso dalla porta rientra dalla finestra.

E allora forse la domanda decisiva non è: «Chi voglio diventare»?

La domanda decisiva è un’altra.

«Quanto tempo ancora sono disposto a vivere come straniero nella mia stessa casa»? Perché esiste una distanza più grande di quella che separa due continenti. È la distanza tra una persona e la verità di sé stessa. Ed è l’unico viaggio che nessuno può compiere al posto nostro.

 

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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