scritto da Gennaro Pierri - 19 Giugno 2026 10:09

L’anima non danza. È il corpo che ha dimenticato il suo ritmo

L'età adulta è spesso una gigantesca scuola di irrigidimento. Impariamo gli orari, le procedure, le convenienze, le strategie. Diventiamo bravissimi a controllare la vita e terribilmente incapaci di sentirla

Per il mio articolo di oggi sono partito da una domanda di un’alunna che mi ero segnato: “Ma è possibile per l’anima danzare”?… proprio una domandina facile facile!

La domanda parte da un presupposto discutibile: che l’anima sia una cosa ferma e che, ogni tanto, decida di mettersi a danzare. Forse accade il contrario. Forse l’anima danza sempre. Siamo noi ad aver perso la capacità di accorgercene. Guardate un bambino. Prima ancora di imparare a parlare, oscilla. Batte le mani. Si muove seguendo una musica che nessuno gli ha insegnato. Come se fosse nato sapendo qualcosa che poi, crescendo, dimenticherà. L’età adulta è spesso una gigantesca scuola di irrigidimento. Impariamo gli orari, le procedure, le convenienze, le strategie. Diventiamo bravissimi a controllare la vita e terribilmente incapaci di sentirla.

Non è un caso che le parole più usate oggi siano “gestire”, “ottimizzare”, “organizzare”. Gestiamo il tempo, ottimizziamo le energie, organizziamo le relazioni. Ma una danza non si gestisce. Una danza si segue. Ecco perché molte persone apparentemente realizzate vivono una strana forma di tristezza. Hanno ottenuto ciò che desideravano e scoprono che non basta. Hanno conquistato gli obiettivi ma smarrito il movimento.

L’anima, invece, riconosce un’altra logica. Non quella del possesso ma della risonanza. Per questo ci sentiamo vivi davanti a una montagna, a una pagina di romanzo, a una canzone ascoltata nel momento giusto. Nessuna di queste cose ci appartiene. Eppure ci tocca più profondamente di molte proprietà accumulate in una vita.

La vera domanda, allora, non è se l’anima possa danzare. La vera domanda è: che cosa, dentro di noi, continua a opporsi alla danza? La paura del giudizio. L’ossessione del controllo. L’idea che ogni istante debba produrre un risultato. Persino molte infelicità nascono qui: dal tentativo di trasformare la vita in un progetto quando, prima di essere un progetto, è un incontro. I grandi mistici lo avevano capito. Anche i grandi artisti. E, curiosamente, perfino gli innamorati. Tutti sanno che le esperienze più importanti non arrivano quando stringiamo i pugni, ma quando li apriamo. Forse per questo il contrario della danza non è l’immobilità. È la rigidità. Si può correre tutto il giorno ed essere immobili dentro. Si può restare seduti in silenzio e attraversare universi. Alla fine, la questione non riguarda l’anima. Riguarda noi. Perché l’anima, se esiste, probabilmente non ha mai smesso di  danzare.

La domanda inquietante è un’altra: quando è stata l’ultima volta che abbiamo sentito la sua musica? La domanda è sbagliata. Non perché sia inutile, ma perché parte da un presupposto discutibile: che l’anima sia una cosa ferma e che, ogni tanto, decida di mettersi a danzare. Forse accade il contrario. Forse l’anima danza sempre. Siamo noi ad aver perso la capacità di accorgercene. Guardate un bambino. Prima ancora di imparare a parlare, oscilla. Batte le mani. Si muove seguendo una musica che nessuno gli ha insegnato. Come se fosse nato sapendo qualcosa che poi, crescendo, dimenticherà.

L’età adulta è spesso una gigantesca scuola di irrigidimento. Impariamo gli orari, le procedure, le convenienze, le strategie. Diventiamo bravissimi a controllare la vita e terribilmente incapaci di sentirla. Non è un caso che le parole più usate oggi siano “gestire”, “ottimizzare”, “organizzare”. Gestiamo il tempo, ottimizziamo le energie, organizziamo le relazioni. Ma una danza non si gestisce. Una danza si segue.

Ecco perché molte persone apparentemente realizzate vivono una strana forma di tristezza. Hanno ottenuto ciò che desideravano e scoprono che non basta. Hanno conquistato gli obiettivi ma smarrito il movimento. L’anima, invece, riconosce un’altra logica. Non quella del possesso ma della risonanza. Per questo ci sentiamo vivi davanti a una montagna, a una pagina di romanzo, a una canzone ascoltata nel momento giusto.

Nessuna di queste cose ci appartiene. Eppure ci tocca più profondamente di molte proprietà accumulate in una vita. La vera domanda, allora, non è se l’anima possa danzare.  La vera domanda è: che cosa, dentro di noi, continua a opporsi alla danza? La paura del giudizio. L’ossessione del controllo. L’idea che ogni istante debba produrre un risultato. Persino molte infelicità nascono qui: dal tentativo di trasformare la vita in un progetto quando, prima di essere un progetto, è un incontro. I grandi mistici lo avevano capito. Anche i grandi artisti. E, curiosamente, perfino gli innamorati.

Tutti sanno che le esperienze più importanti non arrivano quando stringiamo i pugni, ma quando li apriamo. Forse per questo il contrario della danza non è l’immobilità. È la rigidità. Si può correre tutto il giorno ed essere immobili dentro. Si può restare seduti in silenzio e attraversare universi.

Alla fine, la questione non riguarda l’anima. Riguarda noi. Perché l’anima, se esiste, probabilmente non ha mai  smesso di danzare. La domanda inquietante è un’altra: quando è stata l’ultima volta che abbiamo sentito la sua musica?

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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