scritto da Gennaro Pierri - 10 Ottobre 2026 09:58

La parte migliore di me non esiste. E gli adulti lo sanno da anni!

Un uomo che si sente a pezzi è governabile. Un uomo intero non ha bisogno di nessuno che glielo spieghi: non è comprabile

Ieri, in corridoio, una mia alunna del De Filippis, mi ha fermato e mi ha sparato addosso questa domanda: «Prof, qual è la parte migliore di me?».

Non ha chiesto se era brava. Non ha chiesto se era bella. Ha chiesto quale parte. Come se dentro avesse una vetrina con quattro o cinque pezzi esposti e uno solo meritasse il prezzo pieno. Non le ho risposto. Le ho detto che ci avrei pensato. Poi ci ho pensato tutto il pomeriggio: quella domanda non è sua. È nostra. Gliel’abbiamo consegnata noi, adulti con la scheda tecnica in tasca. Da anni ci raccontano che dentro ognuno c’è un talento, un dono da scoprire come si scopre un tesoro in soffitta. Il mercato ci ha costruito sopra un settore intero: test attitudinali, coaching, manuali che ti spiegano come trovare la tua unicità in dieci passi. Tutto regge su un presupposto che nessuno mette mai in discussione: che tu sia un oggetto con una scheda tecnica.

Ecco l’intuizione: «parte migliore» non è una categoria psicologica, è contabilità. Residuo di quando le persone si vendevano a giornata e il padrone doveva sapere quale pezzo del tuo corpo rendeva di più. Oggi facciamo lo stesso inventario, con parole più gentili. Ci hanno convinti che dobbiamo valere, e per valere bisogna prima essere valutabili. Misurabili. Avere una parte forte, quella da mettere sul curriculum, e delle parti deboli, quelle da nascondere.

Ma una persona non è una proprietà divisibile. Non è un casale da frazionare. E ogni volta che dici «la mia parte migliore è la generosità», stai già dicendo: il resto di me è magazzino. Stai già dicendo che una parte di te è di serie B. E qui arriva il punto che mi ha fatto scrivere l’articolo, la cosa più inattuale che leggerai oggi: la frammentazione non è una fragilità dei ragazzi, è un comodo adulto.

Siamo noi che ci presentiamo con un elenco. «Sono quello che ha fatto carriera.» «Sono quello che ce l’ha fatta da solo.» «Sono quella che ha tenuto insieme la casa.» Etichette. Non persone. E poi pretendiamo che una quattordicenne sia intera? Le abbiamo mostrato la vetrina e ci stupiamo che chieda il prezzo. Un uomo che si sente a pezzi è governabile. Un uomo intero non ha bisogno di nessuno che glielo spieghi: non è comprabile. Ecco perché nessuno ci insegna a guardarci come si guarda un fiume, uno che scorre, e tutti ci insegnano a guardarci come si guarda un armadio.

Martedì reincontro l’alunna e le dirò questo: non ti rispondo con un aggettivo, perché qualunque aggettivo ti fa un torto. Ti dico che la parte migliore di te è quella che non hai ancora usato. Non è nascosta, non è in soffitta: non esiste, e questo è il punto.

Sei un inizio, non un risultato. Nessuno ha ancora il foglio su cui sei scritta. La parte migliore di te non è quella che ti fa più bella agli occhi degli altri. È quella che non hai ancora tradotto in niente. Resto con una cosa che non mi torna, e la lascio aperta, senza aggiustarla. Forse non è la ragazza che sbaglia la domanda. Forse è che le abbiamo dato un mondo in cui una persona vale solo se sta in una riga.

E allora la domanda vera, quella che non gira intorno a lei ma a te che leggi: quale parte di te hai già messo in vendita, e a quale prezzo?

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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