scritto da Gennaro Pierri - 01 Luglio 2026 11:50

Il sorriso che non si vede

Il ragazzo che ride con gli amici potrebbe aver pianto tutta la notte. Il professore che entra in classe con voce ferma potrebbe avere il cuore in disordine. L'anziano che scherza con il barista potrebbe tornare a casa e trovare soltanto silenzio

Ieri pomeriggio ho incontrato in piazza una mia alunna: mi ha sorriso e ha proseguito di corsa per la sua strada. Sapevo benissimo (per una serie di interventi che lei ha fatto durante le mie lezioni) che quel sorriso era una bugia! Ma quel sorriso non è una bugia. È un atto di coraggio.

Da qualche parte abbiamo imparato che sorridere significhi fingere che vada tutto bene. È uno dei più grandi equivoci del nostro tempo. Il sorriso non serve a cancellare il dolore. Serve a impedirgli di diventare l’unica lingua che sappiamo parlare. C’è una frase, attribuita a Gabriel García Márquez, che recita: «Non smettere mai di sorridere, nemmeno quando sei triste, perché non sai mai chi potrebbe innamorarsi del tuo sorriso».

È una frase bellissima. Ma, forse, la sua parte più vera non è quella che tutti citano. Perché il valore di un sorriso non dipende dal fatto che qualcuno se ne innamori. Dipende dal fatto che qualcuno, grazie a quel sorriso, trovi la forza di non arrendersi. Pensiamo sempre che siano le grandi imprese a cambiare il mondo. Un discorso memorabile. Un gesto eroico. Una scoperta destinata ai libri di storia. E invece la vita, quasi sempre, cambia direzione in luoghi insignificanti: in una sala d’attesa, su un autobus, nel corridoio di una scuola, davanti a una porta che nessuno ha voglia di aprire.

È lì che uno sguardo accogliente può fare la differenza. Non perché risolva i problemi. Sarebbe una favola. Ma perché ricorda una verità che dimentichiamo troppo facilmente: nessuno combatte soltanto la battaglia che gli altri vedono.

Il ragazzo che ride con gli amici potrebbe aver pianto tutta la notte. Il professore che entra in classe con voce ferma potrebbe avere il cuore in disordine. L’anziano che scherza con il barista potrebbe tornare a casa e trovare soltanto silenzio.

E allora forse dovremmo smettere di chiederci perché una persona sorrida. La domanda giusta è un’altra: quanta fatica sarà costato, oggi, quel sorriso? Viviamo in un tempo che premia l’immagine e dimentica la presenza. Mostriamo il volto, ma nascondiamo gli occhi. Esibiamo emozioni, ma facciamo sempre più fatica ad abitare quelle degli altri. Il sorriso è diventato un accessorio. Un filtro. Una posa. Eppure il sorriso più prezioso è quello che nessuna fotografia riuscirà mai a catturare: quello che nasce quando decidi che il dolore avrà un posto nella tua vita, ma non il trono. Forse è questo il significato più profondo della frase attribuita a García Márquez.

Non sorridere perché qualcuno possa scegliere te. Sorridi perché, senza saperlo, potresti impedire a qualcuno di perdere fiducia nell’umanità. In fondo, le persone non ricordano quasi mai le nostre parole esatte. Ricordano come si sono sentite quando erano con noi. E chissà quante volte, senza rendercene conto, il gesto più importante della nostra giornata è stato un sorriso che credevamo insignificante.

 

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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