Il futuro ci presenta il conto prima ancora di arrivare
Ci sono paure fondate, ingiustizie vere, ferite che chiedono aiuto. E quando l’ansia diventa una prigione, non bisogna vergognarsi di cercare qualcuno che ci accompagni fuori
Alle 8.15 un ragazzo entra in classe. Non ha ancora restituito il compito, non sa che voto prenderà, non ha ascoltato una parola del professore. Eppure è già convinto di aver fallito.
Lo capisco da come si siede: ha le spalle di chi deve difendersi da una sentenza che nessuno ha ancora pronunciato. La cosa sorprendente è che, qualche volta, il voto non è neppure il suo problema. Il problema è tutto quello che ci ha costruito sopra: la delusione dei genitori, il confronto con gli amici, la paura di non essere abbastanza.
Un foglio ancora bianco è diventato, nella sua testa, una biografia già sbagliata. Siamo capaci di questo: trasformare un’ipotesi in una condanna e poi soffrire come se la condanna fosse stata eseguita. Seneca lo aveva intuito secoli fa. Ma forse oggi c’è qualcosa in più. Non ci limitiamo a immaginare il peggio: pretendiamo di prevenirlo. Vogliamo sapere come andrà una relazione prima di viverla, se una scelta sarà quella giusta prima di compierla, se saremo felici prima ancora di cominciare. Ci piacerebbe ricevere dalla vita una garanzia scritta.
Peccato che la vita non firmi contratti. E qui entra in scena un mercato abilissimo. Ci vende applicazioni per organizzare ogni minuto, metodi per eliminare l’incertezza, consigli per correggere ogni fragilità. Ci promette una vita senza attrito, come se ogni difficoltà fosse un guasto da riparare. Ma una vita senza attrito sarebbe anche una vita nella quale non impariamo più a reggere il peso delle cose che non dipendono da noi. Attenzione, però: non significa che il dolore sia immaginario o che basti pensare positivo per stare meglio. Ci sono paure fondate, ingiustizie vere, ferite che chiedono aiuto. E quando l’ansia diventa una prigione, non bisogna vergognarsi di cercare qualcuno che ci accompagni fuori.
Il punto è un altro: non consegnare anche ciò che ancora non è accaduto al tribunale delle nostre paure. C’è una domanda che, qualche volta, vale più di cento rassicurazioni: che cosa è successo davvero, e che cosa sto aggiungendo io? Non cancella il problema. Gli restituisce le sue dimensioni. Ci permette di occuparci di ciò che c’è, invece di combattere per ore contro ciò che potrebbe esserci. Forse diventare adulti significa anche questo: smettere di pretendere che il futuro ci rassicuri prima di concedergli il permesso di arrivare.
Non siamo obbligati a essere ottimisti. Siamo liberi, almeno qualche volta, di non credere a tutto quello che la paura ci racconta. E allora penso a quel ragazzo, al suo foglio ancora bianco. Quante volte anche noi abbiamo scritto la parola «fine» su una pagina che non avevamo ancora avuto il coraggio di leggere? E se il futuro non ci facesse tanta paura per ciò che nasconde, ma perché non possiamo impedirgli di sorprenderci?







