Abbiamo smesso di preparare la tavola
Le cose importanti arrivano quasi sempre quando la tavola era stata preparata senza sapere se l'ospite sarebbe venuto
Riprendo a scrivere dopo un po’ di tempo: ero un po’ arido e non volevo dare i miei scarti! Ieri ho sentito un alunno che chiedeva di apparecchiare la tavola per il pranzo per quattro, e ho immaginato: quattro piatti, quattro bicchieri, il pane tagliato. Ma non era ancora orario di pranzo e non c’era ancora nessuno. Una delle cose che abbiamo dimenticato è proprio questa: preparare qualcosa prima di sapere se accadrà.
Viviamo in un tempo che pretende garanzie. Compriamo ciò che arriva domani mattina, guardiamo le recensioni prima di scegliere un ristorante, conosciamo in anticipo la durata di un film, controlliamo il meteo per decidere se uscire. Il mercato ha capito benissimo il nostro desiderio: eliminare l’attesa, ridurre l’incertezza, togliere di mezzo tutto ciò che potrebbe farci perdere tempo. È comodissimo. Ma c’è un piccolo problema: la vita non funziona così.
Le cose importanti arrivano quasi sempre quando la tavola era stata preparata senza sapere se l’ospite sarebbe venuto. Un’amicizia comincia da una conversazione che non avevi programmato. Un amore entra dalla porta senza aver prenotato. Un ragazzo cambia idea su sé stesso perché un insegnante, una sera qualunque, gli dice una frase che non aveva preparato. Una persona torna a sorridere perché qualcuno le ha lasciato un posto accanto a sé.
La bellezza, forse, non è magia. È spazio preparato per qualcosa che ancora non conosciamo. Ribalto il discorso pensando ai miei alunni: le parole da sole non fanno comparire il mondo che desideriamo. Ma possono fare una cosa straordinaria: possono apparecchiare un posto nella realtà. Dire a un ragazzo “mi fido di te” significa, qualche volta, preparare una sedia per una persona che ancora non sa di poter entrare. Dire “ti aspetto” significa lasciare accesa una luce. Dire “puoi ricominciare” significa non considerare definitiva la versione peggiore di qualcuno.
Forse è questa la differenza tra chi passa nella vita consumando esperienze e chi, invece, la abita davvero: il primo vuole sapere in anticipo cosa succederà; il secondo prepara la tavola. Poi magari nessuno arriva. Anche questo fa parte della faccenda. Ma se togliamo dalla nostra vita tutto ciò che non è garantito, rischiamo di ottenere qualcosa di molto efficiente e terribilmente povero: una casa dove non manca nulla, ma dove nessuno ha più apparecchiato per l’ospite inatteso.
E allora mi chiedo: quale posto della nostra vita stiamo ancora preparando, anche se non abbiamo nessuna certezza che qualcuno, o qualcosa, verrà a occuparlo?







