Gino Girolomoni: oltre il biologico, un Progetto di Civiltà
La sua ambizione era più ampia e radicale: ricostruire un rapporto equilibrato tra uomo, natura e comunità. Il suo progetto riguardava la terra, ma anche l’economia, la cultura, la spiritualità e il futuro delle aree interne
Riceviamo e pubblichiamo
Quando si parla di agricoltura biologica in Italia, il nome di Gino Girolomoni emerge inevitabilmente tra i pionieri di un movimento che ha cambiato il modo di produrre e consumare il cibo. Eppure definirlo semplicemente il “padre del biologico” significa cogliere soltanto una parte della sua eredità.
Gino Girolomoni (1946-2012) non immaginava il biologico come una tecnica agricola né come una nicchia di mercato. La sua ambizione era più ampia e radicale: ricostruire un rapporto equilibrato tra uomo, natura e comunità. Il suo progetto riguardava la terra, ma anche l’economia, la cultura, la spiritualità e il futuro delle aree interne. In un’epoca dominata dal mito della crescita industriale, egli ebbe il coraggio di proporre una domanda controcorrente: è possibile svilupparsi senza distruggere i luoghi da cui dipende la nostra vita?
La ferita dello spopolamento
La visione di Girolomoni nasce dall’osservazione diretta di una trasformazione che ha segnato profondamente l’Italia del secondo dopoguerra. Mentre milioni di persone abbandonavano le campagne per trasferirsi nelle città e nelle aree industriali, interi territori collinari e montani venivano progressivamente svuotati.
Per molti quell’esodo rappresentava il prezzo inevitabile del progresso. Per Girolomoni, invece, era una perdita immensa. Non scomparivano soltanto aziende agricole, ma un patrimonio di conoscenze, relazioni sociali e cultura del territorio costruito nel corso dei secoli.
Egli comprese con largo anticipo che l’abbandono delle campagne avrebbe prodotto conseguenze non solo economiche, ma anche ambientali e umane: degrado del paesaggio, perdita di biodiversità, dissesto idrogeologico e impoverimento delle comunità locali.
Per questo la sua proposta non fu mai nostalgica. Non voleva tornare al passato. Voleva dimostrare che il mondo rurale poteva avere un futuro.
Montebello: una collina controcorrente
La concretizzazione di questa visione avvenne nelle colline marchigiane di Isola del Piano, dove Girolomoni, insieme alla moglie Tullia, intraprese il recupero dell’antico Monastero di Montebello.
Quello che molti consideravano un rudere destinato all’abbandono divenne il centro di un’esperienza unica. Montebello non fu soltanto un’azienda agricola, ma un laboratorio sociale e culturale nel quale si sperimentava una diversa idea di sviluppo.
Qui si coltivava biologico quando il biologico era considerato un’utopia. Si recuperavano terreni marginali quando tutti inseguivano l’agricoltura intensiva. Si investiva nella qualità del suolo quando l’attenzione era concentrata esclusivamente sulle rese produttive.
La domanda che guidava l’intero progetto era semplice e rivoluzionaria allo stesso tempo: è possibile modernizzare l’agricoltura senza distruggere la civiltà rurale?
Girolomoni rispose affermativamente, dimostrando che innovazione e rispetto della terra non sono necessariamente in conflitto.
La politica come servizio al territorio
Prima ancora di diventare un simbolo del biologico, Girolomoni fu un amministratore pubblico. Da giovanissimo venne eletto sindaco di Isola del Piano e maturò la convinzione che il futuro delle comunità locali dipendesse dalla loro capacità di valorizzare le proprie risorse e la propria identità.
L’esperienza politica contribuì a rafforzare una convinzione destinata ad accompagnarlo per tutta la vita: l’agricoltura non è un settore economico come gli altri. È il fondamento materiale e culturale di una società.
Quando una comunità perde il controllo del proprio territorio e della propria produzione alimentare, perde anche una parte della propria libertà.
Dalla terra alla pasta: trattenere il valore nei luoghi
Uno degli aspetti più innovativi della sua esperienza riguardò la dimensione economica.
Girolomoni comprese che il problema dell’agricoltura moderna non era soltanto ambientale. Era anche distributivo. Gli agricoltori producevano valore, ma una parte crescente di quel valore veniva trasferita altrove, lungo filiere sempre più lunghe e concentrate.
Per questo motivo non si limitò a coltivare cereali biologici. Scelse di chiudere il ciclo produttivo sul territorio, promuovendo la trasformazione delle materie prime e la commercializzazione diretta.
La nascita della cooperativa Alce Nero nel 1977, insieme a Tullia e ad altri produttori, rappresentò uno dei primi tentativi italiani di costruire un mercato organizzato per il biologico. Successivamente il progetto si evolse nel pastificio e nelle attività che oggi portano il suo nome.
L’obiettivo non era semplicemente vendere pasta. Era dimostrare che le comunità rurali possono generare ricchezza senza rinunciare alla propria identità e senza subordinarsi completamente alle logiche della grande industria.
Una critica alla modernità senza rifiutare il progresso
L’originalità del pensiero di Girolomoni risiede anche nel fatto che la sua critica andava oltre l’agricoltura.
Egli non contestava la tecnologia in quanto tale. Contestava un modello di sviluppo che misura ogni cosa esclusivamente attraverso la crescita economica, la produttività e il consumo.
A suo giudizio, una società incapace di riconoscere i limiti naturali finisce per impoverire se stessa. L’erosione dei suoli, la distruzione del paesaggio, la perdita di biodiversità e l’emarginazione delle comunità rurali non erano effetti collaterali del progresso: erano segnali di un equilibrio spezzato.
Per questo Montebello divenne anche un luogo di confronto culturale. Intellettuali, studiosi, teologi e scrittori vi trovarono uno spazio di dialogo in cui riflettere sul rapporto tra economia, ambiente e dignità umana.
Le radici spirituali dell’ecologia
Per comprendere davvero Girolomoni è necessario considerare la dimensione spirituale del suo pensiero.
La sua attenzione per la terra nasceva da una profonda sensibilità cristiana. Il creato non era una riserva di risorse da sfruttare, ma una realtà da custodire. L’agricoltura rappresentava una forma concreta di collaborazione con la natura e una responsabilità verso le generazioni future.
Molti anni prima che si diffondesse l’espressione “ecologia integrale”, Girolomoni aveva già sviluppato una visione nella quale ambiente, economia, cultura e spiritualità erano inseparabili.
Per lui non esisteva una vera sostenibilità senza giustizia sociale, né una vera crescita economica senza rispetto della terra.
Un’eredità più attuale che mai
Oggi molte delle intuizioni di Girolomoni sono entrate nel dibattito pubblico. La tutela della fertilità dei suoli, la biodiversità, le filiere territoriali, il recupero delle aree interne e la sostenibilità agricola sono diventati temi centrali nelle politiche nazionali ed europee.
Ciò che negli anni Settanta appariva come una proposta marginale viene oggi riconosciuto come una delle possibili risposte alle crisi ambientali e sociali del nostro tempo.
Eppure la sua eredità va oltre il biologico.
Gino Girolomoni non ha semplicemente anticipato un metodo di coltivazione. Ha anticipato una domanda che attraversa il XXI secolo: come vivere bene senza consumare il futuro?
La sua risposta non fu teorica ma concreta. Recuperare una collina abbandonata. Ricostruire una comunità. Restituire dignità al lavoro agricolo. Dimostrare che economia e custodia del territorio possono procedere insieme.
Per questo la sua figura continua a parlare non soltanto agli agricoltori, ma a chiunque cerchi una forma di sviluppo capace di coniugare libertà, giustizia sociale, qualità della vita e rispetto dei limiti della natura.
Più che un imprenditore agricolo, Girolomoni è stato un costruttore di civiltà. E la sua lezione, oggi, appare sorprendentemente moderna.
Francesco Angrisani







