75 anni fa il rastrellamento del ghetto di Roma. Il ricordo di Settimia Spizzichino

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Venti minuti per essere pronti a partire. Con sé era possibile portare viveri sufficienti per otto giorni, bicchieri, carta d’identità, una valigetta di effetti personali, denaro e gioielli.

È il 16 ottobre del 1943, il “sabato nero” del ghetto di Roma. Alle 5.15 del mattino le SS invasero le strade del Portico d’Ottavia e rastrellarono 1024 persone, tra cui oltre 200 bambini.

Due giorni dopo, alle 14,05  del 18 ottobre, diciotto vagoni piombati partirono dalla stazione Tiburtina. Dopo sei giorni di viaggio arrivarono al campo di concentramento di Auschwitz in territorio polacco. L’80%  di essi vennero subito avviati alle camere a gas. Degli altri, sopravvissero quindici uomini e una donna, Settimia Spizzichino. Nessun bambino tra gli oltre duecento portati via.

Gli alleati sapevano dell’imminente rastrellamento, ma non fecero nulla per impedirlo.

Durante tutto il periodo di prigionia Settimia aveva un unico obiettivo: tornare per raccontare, ed è questo che le dava la forza di affrontare ogni giorno.

Tornata a Roma, Settimia si impegnò nel sindacato per la tutela dei diritti dei lavoratori, scendendo in piazza durante le manifestazioni e rifiutando le candidature alla Camera e al Senato. Sentì il dovere di raccontare, e continuò la sua opera di testimonianza di fronte alle telecamere, con i giovani nelle scuole, e nei viaggi ad Auschwitz, fino all’ultimo viaggio con un gruppo di giovani di Cava de’ Tirreni nel 1999, pochi mesi prima della morte.

Il Comune pubblicò nel 1996 il suo libro “Gli anni rubati” e le conferì nel 1998 la cittadinanza onoraria.

Dal libro Gli anni rubati di Settimia Spizzichino:

“Ci sono cose che tutti vogliono dimenticare. Ma io no. Io della mia vita voglio ricordare tutto, anche quella terribile esperienza che si chiama Auschwitz: due anni in Polonia (e in Germania), due inverni, e in Polonia l’inverno è inverno sul serio, è un assassino.., anche se non è stato il freddo la cosa peggiore. Tutto questo è parte della mia vita e soprattutto è parte della vita di tanti altri che dai Lager non sono usciti. E a queste persone io devo il ricordo: devo ricordare per raccontare anche la loro storia. L’ho giurato quando sono tornata a casa; e questo mio proposito si è rafforzato in tutti questi anni, specialmente ogni volta che qualcuno osa dire che tutto ciò non è mai accaduto, che non è vero. Ho una buona memoria. E poi quei due anni li ho raccontati tante volte: ai giornalisti, alla televisione, ai politici, ai ragazzi delle scuole durante i molti viaggi che ho fatto per accompagnarli ad Auschwitz… anche se non sempre sono entrata nei particolari. Ad Auschwitz si desidera tornare – anche molti di quei ragazzi lo desiderano – e a qualcuno sembra strano. Ma perché? È come andare al cimitero a portare un fiore e una preghiera. – Raccontavo sul pullman che ci portava in Polonia. È sul pullman che si parla, quando si arriva ad Auschwitz parla la guida e parlano le cose. Le poche che sono rimaste. C’è un museo, ma i forni crematori, le camere a gas, le costruzioni in muratura sono state distrutte. La prima volta che ci sono tornata ho provato più delusione che emozione, non riconoscevo il posto. In questi cinquant’anni trascorsi da allora sono stata spesso sollecitata a scrivere questo libro. E io lo volevo fare; ma c’erano ancora i parenti di quelle che sono rimaste là, i genitori, i fratelli, i mariti, i figli delle mie compagne del gruppo di lavoro. Quarantotto eravamo, e sono uscita viva soltanto io. Molte di loro le ho viste morire, di altre so che fine hanno fatto. Come raccontare a una madre, a un padre, che la loro figlia di vent’anni è morta di cancrena per le botte ricevute da una Kapò? Come descrivere la pazzia di alcune di quelle ragazze a coloro che le amavano? Adesso molti dei genitori, dei fratelli, dei mariti, non ci sono più; le ferite non sono più così fresche. A quelli che restano spero di non fare troppo male. Ma adesso devo mantenere la promessa che ho fatto a quarantasette ragazze che sono morte ad Auschwitz, le mie compagne di lavoro. E a tutti gli altri milioni di morti dei Lager nazisti. Di quel gruppo faceva parte anche mia sorella Giuditta. Giuditta, così bella, così fragile, deportata assieme a me il 16 ottobre 1943. Giuditta, causa involontaria della cattura mia e della mia famiglia“. (Spizzichino S., Di Nepi Olper I., Gli anni rubati: le memorie di Settimia Spizzichino, reduce dai lager di Auschwitz e Bergen-Belsen, Comune di Cava De’ Tirreni, 1996).

1 commento

  1. 17/10/2018 – by Nino Maiorino – Bel ricordo degli eccidi. Mi sembra però strano quello che ha scritto la Spuzzichino. Ad Auswitz i campi ci sono ancora, io li ho visti; probabilmente si è confusa con il campo di Birkenau dove effettivamente furono distrutti prima dell’occupazione dell’esercito russo.

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