L’ARCHRITICO «Cabine, cabine!»

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Ci avete fatto caso? Le cabine da spiaggia sono pressoché scomparse.

Tanto malinconiche quanto troppo ingombranti per i lidi di oggi.

Metafora di un’Italia che non esiste più, pudica e spiona, ardente e torbida. Figlia del boom economico, ma ancora prima delle prime villeggiature estive, colonie estive e kursaal per ricchi.


In una cabina da spiaggia collettiva, Franco Citti nel 1977 ambientò “Casotto” uno dei film più singolari del cinema italiano. Il “casotto”, teatro di un’umanità grottesca e a tratti ridicola, è anche un modo figurato per definire una situazione ingarbugliata.

Pochi anni dopo, Aldo Rossi, realizzava l’armadio “Cabina dell’Elba” liberamente ispirato alle cabine da spiaggia e prodotto da Molteni. La cabina da spiaggia, d’altronde, si prestava perfettamente all’idea di geometria pura che Rossi adottò nelle sue architetture: quattro pareti e un timpano.

“Mi sembravano una dimensione del vivere, un’impressione dell’estate” scrisse lo stesso autore nella sua “Autobiografia scientifica” (Hoepli, 1981)

Ma prima ancora dei cinema e del design, le cabine da spiaggia avevano già ispirato il mondo della pittura. Nel 1924 De Chirico si occupò di illustrare il testo “Mythologie” di Jean Cocteau, con una serie di litografie con le quali diede vita al ciclo dei “Bagni misteriosi”. Personaggi classici, nudi o contemporanei in abiti borghesi abitano nervosi specchi d’acqua arredati da cabine dal disegno bambinesco, architetture semplici sospese su un mondo surreale. De Chirico dichiarò che l’idea gli era venuta qualche anno prima guardando un pavimento così lucido che le persone vi si riflettevano come se fossero su uno specchio d’acqua. Ebbe così la sensazione che potessero affondare da un momento all’altro.

De Chirico sviluppò il tema dei “Bagni misteriosi” in numerosi quadri successivi, fino a realizzare, ricalcandone l’ispirazione, la fontana nei giardini della Triennale di Milano, nel 1973.

Proprio alla Triennale di Milano, ma quella del 1936, Luigi Cosenza, il migliore degli architetti napoletani della prima metà del secolo, costruì (nei giardini del Parco Sempione) un prototipo del suo progetto “Cabina da spiaggia”. Una piccola architettura, già montata in ambiente di mare, completamente smontabile, era prima di chiodi, poiché affidato ad un sistema di incastro pilastri-travi tonde. Sottili bacchetti di legno, intrecciate con la corda, consentivano la curvatura della parete, mentre tramite una scala metallica si poteva raggiungere la copertura che funzionava da solarium. Così, in un oggetto di pochi metri quadri, Cosenza, ingegnere ed architetto, riuscì ad inserire elementi del movimento moderno (il basamento e la parete curva alla Mies), del Bauhaus (la balaustra della scala) e la tradizione artigiana dell’incastro strutturale.

Un piccolo capolavoro romantico, la cabina da spiaggia di Cosenza, delicata e proiettata in un futuro probabilmente impossibile, come in fondo erano (e sono) tutte le architetture di Luigi Cosenza.

P.S.: «Cabine, cabine!» è il titolo di un saggio di quel gran genio di Vittorio Tondelli contenuto nel catalogo “Ricordando fascinosa Riccione” (Grafis Edizioni, 1990) che poi confluirà, modificato in modo abbastanza significativo, nel suo ultimo libro, raccolta dei suoi scritti, “Un weekend postmoderno” (Bompiani, 1990)

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Le immagini della “Cabina da spiaggia” di L. Cosenza sono tratte da archivioluigicosenza.it

La ricostruzione in 3d della Cabina da spiaggia è stata realizzata da R.Di Vaio autore del libro “Cabina da spiaggia” (Clean, 2018) e riportata sulla rivista “Arkeda” (Novembre, 2018)

Le litografie dei “Bagni misteriosi” sono tratte dal Catalogo I “Giorgio De Chirico 1888-1978” (De Luca editore, 1981)

La foto della “Cabina dell’Elba” è tratta dal sito moltenimuseum.com. Lo schizzo dal sito domusweb.it

L’immagine di copertina è G. De Chirico “Bagni misteriosi”, 1974 – particolare)

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