Verso il voto, smottamenti nel patto anti-centrodestra Letta/Calenda

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foto tratta da profilo Fb

Il patto Letta/Calenda/Della Vedova non configura un soggetto o un programma politicamente riconoscibile. Per ammissione dei loro sottoscrittori si tratta di cartello elettorale posto in essere “nell’ambito delle rispettive autonomie programmatiche”, il cui scopo esplicitato da Enrico Letta (PD) è quello di non far vincere la coalizione di centrodestra: comprensibile come intento competitivo ma troppo poco come offerta alternativa di Governo.

Proporsi con il brand dell’Agenda Draghi può essere un richiamo funzionale per la propria campagna elettorale, ma è limitativo per un programma di legislatura. Va riempito di contenuti e con il concorso di sensibilità convergenti su prospettive e bisogni maturati nel tempo.

Sul punto c’è una richiesta di chiarimento avanzata da Nicola Fratoianni (SI) su chi dovrà fare la sintesi con la sua agenda sociale, in risposta alle dichiarazioni di Carlo Calenda: “se non condivide l’agenda Draghi è un problema suo e se non ci  sta lo dica prima che si fa la coalizione”.

Dal momento che l’altro interlocutore del patto è Enrico Letta sarà lui a dovere sbrogliare la matassa delle diversità o a salvare nel suo campo largo capra e cavoli. Ma nell’indistinto non ci sta anche l’altro sottoscrittore del patto, Benedetto Della Vedova (+Europa) essendosi premurato a precisare che in esso c’è il “centro” e la “sinistra”, che al momento, per la cronaca, non ne farebbe parte a seguito della presa di posizione di Fratoianni.

L’altro nodo è quello della ripartizione dei collegi uninominali e dei posti nelle liste della parte proporzionale del sistema elettorale attraverso il quale avviene la traduzione dei voti riscossi in seggi parlamentari.

Lo ha posto sul Corriere della Sera Angelo Bonelli, portavoce di Europa Verde, richiedendo di “rinegoziare posti e contenuti”, stimando di contare su un elettorato più numeroso di quello potenziale di Calenda.

A ben vedere, il patto che l’altro ieri sembrava essere uscito dal cappello a cilindro del duo Calenda/Letta ha risvegliato, oggi, antiche incompatibilità e promette altre fibrillazioni nell’assegnazione dei collegi uninominali riservati ai big di PD e Azione, inibiti ai transfughi dal M5S e da FI perché “divisivi” rispetto all’immaginato elettorato di centrosinistra: per loro c’è spazio nel proporzionale e posti di “tribuna” per eventuali altre aggregazioni.

Il terzo nodo è una questione di galateo istituzionale e di rispetto delle regole della nostra democrazia parlamentare.

Desta preoccupazione un’altra esternazione di Calenda: “la speranza che possa rimanere Draghi accomuna sia me che Enrico Letta”. Può passare come auspicio personale o come specchietto per le allodole, in clima di campagna elettorale, ma in bocca ad un leader di un partito o di una coalizione che si candidata per il Governo del Paese suona come una delegittimazione del sistema politico e delle capacità di autodeterminazione delle forze operanti al suo interno, prefigurando, a Costituzione invariata, la prassi del ricorso al Premier tecnico, a prescindere dal responso elettorale.

A pensare male si fa peccato, spesso ci si azzecca, e l’idea di convogliare identità politiche portatrici di interessi sociali eterogenee in unico competitore elettorale induce al dubbio che ci si stia attrezzando per un Parlamento in permanente stato emergenziale: precondizione per mettere all’angolo la politica.

Non è nella memoria di Calenda ed in quella di Letta non manca l’eco di uno slogan di oltre quarant’anni fa: “turatevi il naso” e votate…., la cui prima parte potrebbe essere tradotta in “chiudete gli occhi, tappatevi le orecchie e astenetevi dal prendere parola”: per il resto la scelta è rimandata ai giochi dei palazzi che contano.

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